di Jere Kuzmanić
Orkney
Il legame tra Colin Ward e l’Italia ha un’origine peculiare e profondamente personale, che risale allo stesso luogo e allo stesso momento in cui egli si affezionò alla causa anarchica. Durante il servizio militare presso le caserme di Glasgow, Ward strinse amicizia con gli anarchici della città, in particolare con Frank Leech. Quando le autorità militari scoprirono che Ward aveva fatto visita a Leech in prigione nel 1943, lo trasferirono per punizione alle Isole Orcadi: il luogo più isolato possibile. L’ironia, come osservò lo stesso Ward, era che questa sua presunta inaffidabilità lo salvò dall’essere inviato sui fronti d’oltremare, probabilmente salvandogli la vita.
Isolato dal mondo e dalla guerra, Ward aveva tempo per leggere tra un noioso turno di manutenzione e l’altro in quel desolato avamposto militare. Uno dei suoi luoghi preferiti in cui rifugiarsi era Skara Brae, lo straordinario villaggio neolitico dove leggeva gli opuscoli anarchici della Freedom Press. Ma altrettanto importante fu il suo contatto con i prigionieri di guerra italiani di stanza nelle Orcadi, che costruirono la celebre Cappella Italiana a Lamb Holm. Questi artigiani italiani colpirono Ward per la loro capacità di trasformare la scarsità in una fonte di orgoglio collettivo attraverso le abilità artigianali ed edilizie tipiche delle classi popolari italiane. Gli insegnarono i testi delle canzoni sentimentali napoletane e la consueta gamma di parolacce oscene e blasfeme. La delicata tensione tra il riformismo sociale basato sulle abilità manuali del movimento Arts and Crafts e gli elementi di base del radicalismo britannico è perfettamente incarnata nell’opera popolare italiana delle Orcadi. Goodway e Ward concluderanno insieme come proprio nelle Orcadi egli «sviluppò una grande empatia per tutto ciò che era italiano». Diverse cartoline della Cappella Italiana furono in seguito appese nella cucina di Ward, e lui vi fece riferimento nelle interviste rilasciate all’Imperial War Museum.
Anni ’40–’50
Il legame di Ward con l’Italia si concretizzò attraverso il Freedom Press Group, di cui facevano parte gli italiani Maria Luisa Berneri e Vernon Richards, alias Vero Recchioni. Durante la seconda metà del 1943, mentre Ward si trovava nelle Orcadi, la rivista «Freedom», allora pubblicata con il titolo «War Commentary», pubblicò numerosi articoli sull’Italia, considerando la penisola come il potenziale prossimo grande fronte della rivoluzione sociale europea dopo la sconfitta spagnola. Infatti, il primo articolo di Ward per «Freedom», Allied Military Government (dicembre 1943), esaminava i ruoli discutibili dell’amministrazione militare nell’Italia «liberata».
Nel 1948, Giancarlo De Carlo pubblicò Il problema della casa su «Volontà». Cesare Zaccaria lo aveva convinto a pubblicare sulla rivista il discorso da lui tenuto al Congresso anarchico di Canosa di Puglia. Vernon Richards lo portò alla redazione di «Freedom», dove Ward lo tradusse parola per parola utilizzando un dizionario della biblioteca. Vennero così pubblicati due articoli: The Housing Problem in Italy (12 giugno 1948) e The Housing Problem and Planning (26 giugno 1948). Questo segnò l’inizio del legame tra Ward e De Carlo.
Nel 1952, Ward organizzò un viaggio in Italia, sapendo di un «laboratorio di architettura» a Venezia dove avrebbe potuto incontrare De Carlo di persona. Partì con il sostegno della Freedom Press e di Richards per strngere i rapporti con gli anarchici italiani. Visitò l’orfanotrofio/asilo del CEIS a Rimini e la Colonia Maria Luisa Berneri vicino a Napoli, incontrando Giovanna Caleffi Berneri, Cesare Zaccaria e altri anarchici italiani. A Milano incontrò De Carlo e lo seguì a Venezia, dove De Carlo tenne una conferenza davanti agli studenti di architettura, tra cui c’erano anche John Turner e Pat Crooke. Ward conosceva già questi due come giovani architetti anarchici e aveva incaricato Turner di scrivere un lungo articolo su Patrick Geddes per «Freedom» nel 1948, lo stesso anno in cui era stata pubblicata la traduzione di De Carlo. Ward scrisse a proposito di quell’incontro: «Col senno di poi, discutemmo proprio delle questioni che da allora ci hanno sempre preoccupato: come cambiare il modo in cui vengono percepiti i temi dell’edilizia abitativa e dell’urbanistica, come spostare l’iniziativa nella pianificazione dai burocrati ai cittadini, come passare, nell’edilizia abitativa, dal consumo passivo al coinvolgimento attivo». Per tutti gli anni ’50, Ward continuò a scrivere sull’urbanistica e la società italiane, facendo riferimento a Carlo Levi, Adriano Olivetti, Danilo Dolci e La Martella a Matera. Nel 1948 recensì Cristo si è fermato a Eboli di Levi e rimase ben informato sulla situazione del Paese nei decenni successivi, anche se non lo visitò per i successivi 45 anni.
Un altro momento importante è la Conferenza di Bedford del 1955 sulla pianificazione regionale, dove Ward incontrò personalmente Carlo Doglio. Nell’archivio di Doglio ho trovato delle lettere in cui l’indirizzo di Ward a Londra figurava come indirizzo di corrispondenza di Doglio nel periodo in cui questi si era appena trasferito nel Regno Unito grazie a una borsa di studio concessa da Adriano Olivetti per studiare la pianificazione britannica e per tentare di conseguire un dottorato scrivendo sulla storia della pianificazione da una prospettiva anarchica sotto la guida di Herbert Read. Cosa che però non si realizzò mai. Tuttavia, questo contatto cambiò la prospettiva di Ward, che spostò il proprio interesse dall’edilizia abitativa e dall’azione diretta alla pianificazione come attività sociale finalizzata a risultati emancipatori. Negli anni ’60, tuttavia, la situazione generale sembrò placarsi.
Anni ’70: la rete editoriale
Nel 1975, Amedeo Bertolo dei Gruppi Anarchici Federati (GAF) scrisse per chiedere il permesso di tradurre l’edizione curata da Ward di Campi, fabbriche, officine di Kropotkin. Nel settembre 1975, Bertolo propose di tradurre Anarchy in Action, poi pubblicato con il titolo Anarchia come organizzazione. Nel 1978, due anni dopo la fondazione del Centro Studi Libertari (CSL), i GAF sciolsero la federazione. I loro principali progetti editoriali negli anni ’80 furono «Volontà» e la casa editrice elèuthera, che avrebbero svolto un ruolo cruciale nel far rivivere il filone della pianificazione anarchica verso la fine del secolo e nell’affermare Ward come autore nella sfera culturale e politica italiana. Leggendo articoli come La vita nella città, non si può fare a meno di avere l’impressione che, anche per lo stesso Ward, «Volontà» rappresentasse una piattaforma sperimentale per sintetizzare le sue idee originali in modo più diretto, sicuro e persino ludico. Ciò traspare anche dalle traduzioni italiane dei titoli dei suoi libri, che risultano più dirette.
Tra il 1980 e il 1996, «Volontà» ha prodotto numeri speciali che talvolta si confrontavano direttamente con il filone della progettazione anarchica e che, spesso ma non sempre, venivano pubblicati come atti o trascrizioni di seminari interdisciplinari organizzati su temi e con ospiti scelti dalla redazione. Il numero doppio del 1989 L’idea di abitare (The idea of dwelling) fu una pietra miliare, che riunì De Carlo, Ward, Peter Hall, Brian Richardson, Tony Gibson, Ivan Illich e John Turner. Il numero speciale è probabilmente la prova più tangibile dell’esistenza di una «lobby» per il controllo degli abitanti che operò per promuovere le idee sull’autonomia degli utenti e sull’edilizia di mutuo appoggio come strategie urbanistiche.
Incontro di Venezia del 1984
Tuttavia, passeranno 32 anni prima che Ward torni in Italia per visitare i suoi vecchi conoscenti. Negli anni ’80, la trasformazione dell’anarchismo italiano comportò un’esplosione festosa di seminari, tour promozionali di libri, numeri speciali, cartoline e nuove idee. Dopo che Ward si rifiutò di partecipare al «Convegno internazionale di studi dell’autogestione» del 1978, il CSL decise di recarsi di persona nel Regno Unito per convincerlo a venire a Venezia nel 1984. Colin era ancora titubante, ma fu Harriet a prendere la decisione finale, dicendogli che era «ancora giovane e voleva viaggiare, e l’Italia è un ottimo posto da cui partire». L’Incontro Internazionale Anarchico di Venezia organizzato nel 1984 fu una svolta decisiva, come vedrete tra poco. In seguito, giunse il momento, come riconobbe Ward, in cui «gli amici potessero rimanere amici» al di là di quelle che lui definiva «vite isolate».
Questa visita a Venezia segnerà l’inizio di un terzo periodo di intensa produzione nella vita di Ward. Pur rimanendo ostinatamente estraneo a qualsiasi istituzione e in difficoltà finanziarie, all’inizio dei suoi sessant’anni continuava a essere rigoroso riguardo alla rispettabilità del pensiero anarchico. Durante questo decennio scrisse circa dieci libri, molti in collaborazione, incentrati sulla storia radicale dell’edilizia abitativa, sull’uso informale del territorio e sulla pianificazione sociale; alcuni, forse i più sottovalutati, come Welcome Thinner City, traggono ispirazione diretta da casi di studio italiani tra cui Bologna, Modena e Urbino. In questo periodo approfondì i suoi legami con la cerchia italiana, in particolare attorno a elèuthera.
Le sei visite: 1984–1998
Forse la prova più evidente dell’amore di Ward per l’Italia è l’elenco dei suoi viaggi. È risaputo che a Ward non piacesse viaggiare. Si recò in Italia una volta nel 1952, una volta negli Stati Uniti «perché costretto», e in una manciata di altri paesi come la Francia e i Paesi Bassi in qualità di funzionario del TCPA o per preparare i suoi libri. E poi andò in Italia sei volte tra il 1984 e il 1998.
Nel 1988, Ward ricevette la borsa di studio del Charles Douglas Home Memorial Trust per scrivere sui quartieri poveri delle città. Con lo storico Paul Thompson, nel settembre 1988 visitò Milano, Torino, Bologna, Modena, Ferrara e alcune città minori. Incontrò rappresentanti sindacali a Torino, visitò lo stabilimento FIAT e si recò a visitare i «villaggi industriali» che considerava i germi di un’economia a piccola scala di stampo kropotkiniano. Il 17 settembre 1988, il CSL organizzò Urbanistica: approcci libertari con De Carlo e Ward presso il Centro studi COSA dove De Carlo affermerà: «Non mi capita ancora spesso di guardare al passato. Questa sera, l’intervento di Colin Ward mi riporta alle mie radici – anarchico in parte per caso, in parte per convinzione e sensibilità». Nello stesso anno, Ward tornò in tournée con Doglio per tenere una conferenza all’Università di Bologna. Il tema era Ragioni per le regioni.
Nel 1993, Ward tenne una conferenza alla scuola estiva dell’ILAUD a Urbino. Intervenne insieme a Peter Smithson, De Carlo e Ralph Erskine, scegliendo come argomento le New Towns. Il viaggio del 1997 fu il più lungo e il più conviviale, con la partecipazione di Harriet Ward. Dal 25 gennaio al 5 febbraio, si tennero conferenze a Roma, Napoli, Venezia, Milano e Torino. Una delle loro guide era Goffredo Fofi. A Roma, Ward tenne una conferenza sul «mutuo appoggio sociale». A Venezia presentò Anarchia come organizzazione e a Milano incontrarono Bertolo, Di Leo e il collettivo di elèuthera, con cui erano in rapporti di amicizia, partecipando alla presentazione dell’antologia Individuo e Comunità di Paul Goodman curata da Pietro Adamo. A Torino, Ward presentò Reclaiming urban land: the British experience al Politecnico e infine il giorno successivo, di nuovo a Milano, tenne una conferenza alla libreria anarchica Utopia. Quella è stata l’ultima volta che Ward e De Carlo si sono incontrati dopo quasi 50 anni di affinità. Nel marzo 1998, Ward è tornato a Trieste e a Udine. A Trieste tenne la conferenza Talking about transport, riprendendo il tema del suo libro Freedom to Go [Dopo l’automobile]. A Udine, il 6 marzo, presso il Centro Espressioni Cinematografiche, intervenne sul tema Città e periferia, tornando all’idea originaria sua e di Hall della «città socievole».
Riconoscimento reciproco
Non sappiamo perché tale entusiasmo “per tutto ciò che è italiano” sia cresciuto negli ultimi due decenni della sua vita, ma possiamo ipotizzare una spiegazione. Gli eventi qui descritti hanno una caratteristica in comune: oltre a permettergli di incontrare gli amici, consentivano a Ward di discutere, studiare o presentare pubblicamente idee sull’anarchismo e l’urbanistica nello stesso momento e nello stesso luogo. Di solito, questi due ambiti della sua vita nel Regno Unito appartenevano a sfere diverse, con pubblici, mezzi di comunicazione e accoglienza sociale distinti. Ward impiegò energia creativa e sfumature nel suo giornalismo, e pazienza nei suoi studi sul vernacolo, per intrecciare questi due mondi, ma fu un lavoro arduo. Dal 1984, l’anarchismo e la pianificazione urbanistica poterono finalmente essere discussi davanti allo stesso pubblico e tra vecchi amici che non dovevano frenare le proprie idee per adeguarsi alle norme sociali e professionali.
Inoltre, gli anarchici italiani del dopoguerra esercitarono una notevole influenza culturale, a differenza della comunità anarchica britannica, che si frammentò e si autoisolò. I militanti anarchici in Italia si integrarono nella società esercitando un’influenza culturale, incidendo sulla pianificazione e sull’architettura, o almeno così la vedeva Ward. Attraverso i legami con Richards, Caleffi Berneri, Doglio e De Carlo, sviluppò una profonda conoscenza della storia politica e dell’economia sociale italiana, sottolineando spesso come gli italiani avessero preservato il welfare della classe operaia e le istituzioni di mutuo soccorso meglio della Gran Bretagna post-Thatcher.
La rete italiana fornì a Ward lettori, collaboratori e mezzi di comunicazione che comprendevano il suo pensiero meglio del suo pubblico inglese, più frammentato. In cambio, Ward diede al movimento italiano una voce riconosciuta a livello transnazionale, il cui anarchismo pragmatico offriva un’alternativa alla nostalgia rivoluzionaria e alle ortodossie marxiste. Come descrisse Rossella di Leo, Ward fornì all’anarchismo contemporaneo strumenti discorsivi, rendendo espliciti i collegamenti tra concetti e pratiche libertarie.
Disperazione creativa
Per concludere, Colin Ward è solitamente considerato un autore britannico con un’influenza limitata al di fuori dell’isola e, soprattutto, un autore anarchico. Spero che questo breve intervento smantelli almeno in parte queste due illusioni sulla sua biografia e sulla sua eredità. Ward faceva parte di un alveare di menti che Fofi descriveva così: «Una pletora di menti attive e proattive, speculative e concrete, pienamente immerse nei dilemmi del loro tempo e luminosamente refrattarie alle ideologie dominanti, spesso persino a costo della loro stessa esistenza». E per i quali l’affinità che si era delineata attorno all’anarchismo non era solo ideologica, ma essenzialmente un impulso creativo: «L’anarchia è una forma di disperazione creativa», disse Ward a Fofi quando gli fu chiesto come definire questa idea mutevole.
Tuttavia, il rapporto di Ward con l’Italia dimostra che questa risposta creativa ai fallimenti dell’autorità era una risposta plasmata collettivamente, ovvero con la modalità per lui prioritaria. Il legame tra Ward e gli italiani fu uno sforzo continuo e intenzionale che assunse una forma tattica orientata verso un modus operandi rilevante, ma trascurato, nella storia della cultura della pianificazione del XX secolo. Comprendere meglio come operasse questa rete basata sull’affinità può aiutarci a cogliere l’epistemologia alla base del principio sociale e dell’atto di pianificazione come parte integrante della ricerca dell’autonomia umana nell’ambiente (costruito).