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Lo sguardo anarchico di Colin Ward e l’Italia

di Francesco Codello

 

Il pensiero originale e innovativo di Colin Ward l’ho conosciuto in modo ampio grazie alla pubblicazione in italiano della sua opera «L’anarchia come organizzazione» per le edizioni Antistato nel 1976. La lettura di questo libro fu una rivelazione che col passare degli anni mi è apparsa sempre più innovativa e straordinaria. Allora, appena letto, non ne colsi appieno la portata rivoluzionaria per le teorie e le idee anarchiche. Nonostante le difficoltà per un anarchismo militante di quegli anni, ancora molto legato alla tradizione, come scrive Amedeo Bertolo nella «Presentazione dell’edizione italiana», dalla lettura di questo libro «derivano un’apertura e una ricchezza intellettuale di cui l’anarchismo ha, noi crediamo, un grande bisogno, per uscire dal ghetto culturale ed evitare l’asfissia». Grazie alla lungimiranza proprio di Bertolo, da allora in poi, anche l’anarchismo italiano ha potuto beneficiare del fondamentale contributo di Colin Ward. Ward era già, seppur molto marginalmente, conosciuto in Italia grazie soprattutto alla rivista «Volontà» e ai legami culturali e intellettuali che attorno a essa si erano sviluppati nell’Italia post-fascista1. Il suo legame con l’Italia, durato fino alla fine della sua vita, lo testimonia egli stesso a più riprese2 e, tra l’altro, attraverso un articolo apparso in Anarchy alla fine degli anni ottanta A Few Italian Lessons, nel quale riflette sulla crescita della disoccupazione provocata dalla crisi dell’industria britannica e sulle possibili prospettive, in un contesto in cui l’occupazione di massa cede il passo al lavoro autonomo. Trova quindi un modello da discutere nell’Italia «delle piccole aziende» sbocciata in quegli anni. Ne viene fuori l’immagine ottimista di una cultura del lavoro autonomo, che, nel mondo della produzione, si traduce in capacità imprenditoriali e di adattamento che non hanno corrispettivi nella cultura del movimento operaio britannico.
Ward si è occupato attivamente di molti aspetti della vita sociale (urbanistica, architettura, educazione, sociologia, economia, paesaggio, tradizioni e comportamenti sociali popolari, orticoltura, acqua, trasporti, ecc.) ma con uno sguardo molto particolare, decisamente obliquo rispetto a quello del Potere. I tanti libri che ha scritto, gli innumerevoli articoli e saggi pubblicati in riviste anarchiche e non, utilizzando sempre fonti e studi, oltre che esperienze, di provenienza e orientamento culturali plurimi, sono lì a testimoniare la varietà dei suoi interessi ma anche l’unicità e la singolarità del suo approccio3.
«I molti anni in cui ho cercato di diffondere le idee libertarie mi hanno convinto che il modo migliore per convincere la gente a prendere in considerazione l’approccio anarchico è quello di basarsi sull’esperienza delle reti di relazioni informali, temporanee, autogestite, che di fatto rendono possibile la comunità umana, più che sul rifiuto in toto della società esistente e sulla prefigurazione di una società futura in cui una qualche diversa umanità vivrà in perfetta armonia»4. Ward non sogna dunque una società anarchica, non cerca di delinearne immaginative visioni, poiché il suo pragmatismo lo conduce a cogliere che ciò che oggi si può immaginare, sia in termini positivi che negativi, non necessariamente domani si presenterà ancora valutabile secondo la rappresentazione odierna. Vi è dunque un elemento di permanente critica e autocritica, nell’interpretazione wardiana delle idee dell’anarchismo, che lo conducono a pensare che, nella pratica, una società anarchica è pressoché mai compiutamente realizzabile. Se è quantomeno difficile realizzare una società anarchica, non è così impraticabile «accrescere il tasso di anarchismo» qui e ora, anche all’interno di una società autoritaria come quella nella quale viviamo. Ma l’anarchismo non mira esclusivamente a una liberazione individuale e personale degli esseri umani, secondo una logica di protesta permanente. Gli anarchici devono conservare la volontà e la determinazione di cambiare anche le strutture e le attività sociali, anche se la stessa società non può essere trasformata completamente e definitivamente in senso anarchico. Se, infatti, l’idea di una società libera può essere un’astrazione, quella di una società più libera non lo è. 
La questione di fondo, pertanto, non è tanto quella di stabilire se l’anarchia sia o meno possibile, quanto se sia possibile allargare il campo di influenza, attraverso l’azione e la sperimentazione, dei metodi antiautoritari, facendo in modo che diventino sempre più i criteri abituali attraverso i quali gli esseri umani organizzano la loro convivenza e le loro relazioni.
La caratteristica però fondamentale del pensiero di Colin Ward, mutuando da Kropotkin l’attenzione pragmatica verso un anarchismo inteso come teoria e pratica dell’organizzazione sociale, sarà sempre quella particolare interpretazione delle idee anarchiche come già esistenti (il “seme sotto la neve”) nelle soluzioni spontanee che gli esseri imani si danno di fronte a un problema collettivo. Ciò avviene ogni qualvolta gli uomini e le donne scelgono liberamente la soluzione libertaria al posto di quella autoritaria di fronte alle più disparate questioni.
L’anarchismo di Colin Ward non è la trasposizione di un corpus dottrinale sulla realtà ma la ricerca, dentro la realtà, di una consapevolezza libertaria. Egli si è posto ostinatamente in una terza via rispetto a un pragmatismo fine a sé stesso e rispetto a un ideologismo dogmatico e astratto, contraddistinguendo il senso dell’essere anarchico, in una società non libertaria, con la necessità di una sperimentazione continua, di una consapevolezza antiautoritaria, che è anche interiore oltre che azione sociale. Colin ci ha suggerito che pratiche libertarie esistono già, come «semi sotto la neve» e che noi abbiamo il compito di valorizzarle e di renderle consapevoli. Egli ha sempre cercato, riferendosi a Buber, Landauer, Goodman, ma soprattutto a Kropotkin, di dimostrare, basandosi su realtà già esistenti, che anarchia è «meglio» e che è «possibile».
Nel 1975, in una conferenza tenuta al Garden Cities/New Town Forum di Welwyn Garden City, criticando gli esponenti di una certa cultura marxista rivoluzionaria, Colin Ward sosteneva che «sono come quelli che pensano sia meglio che i poveri muoiano di fame negli slum perché così il giorno della rivoluzione arriverà più in fretta. A parte la nostra antipatia morale per questo modo di pensare, le cose non funzionano così». Tutti i suoi scritti, tutta la sua vita di studioso militante, di architetto ed educatore, di giornalista e di insegnante, di sociologo e di urbanista, di economista e di osservatore delle abitudini e dei comportamenti umani, è improntata a questa convinzione, perché una «società anarchica, una società che si organizza senza autorità esiste da sempre, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del capitalismo e dei suoi sprechi, del privilegio… del nazionalismo… delle religioni».
Le principali influenze culturali (non le uniche ovviamente) verso le quali si sente debitore, ce le ricorda egli stesso, sono quelle di William Godwin e Mary Wollstonecraft per l’educazione, Alexander Herzen per la politica, Peter Kropotkin per l’economia, Martin Buber per la sociologia, William Richard Lethaby e Walter Segal per l’architettura, Patrick Geddes e Paul Goodman per la pianificazione urbanistica5. Accanto a questi riferimenti, diciamo originari, egli assume e sviluppa molte altre indagini e ricerche, privilegiando quegli studi più originali e attuali in grado di portare dati e riscontri certi alla sua tesi di fondo.
Kropotkin rappresenta sicuramente, tra gli autori classici dell’anarchismo, quello a cui Ward guarda con più attenzione, cogliendone tutti gli elementi che a suo giudizio sono ancora centrali per una rivisitazione del pensiero anarchico. 
In ogni occasione che gli si presenta, di dover dare una definizione del termine anarchismo, non a caso, egli cita quella redatta dal rivoluzionario russo per l’Enciclopedia Britannica nel 1910 secondo cui per anarchia si deve intendere:
«il nome dato a un principio o a una teoria della vita e del comportamento, secondo cui la società è concepita priva di governo, risultando l’armonia di tale società non dalla sottomissione alla legge o dall’obbedienza a un’autorità qualsiasi, ma da liberi accordi stabiliti tra gruppi numerosi e diversi, su base territoriale o professionale, liberamente costituiti per la necessità della produzione e del consumo, come anche per soddisfare l’infinita varietà dei bisogni e delle aspirazioni degli uomini civili». 
Inoltre, ci ricorda Ward, ancora Kropotkin per primo ha sottolineato che forme organizzative libertarie sono già esistite in diverse epoche storiche e rappresentano la risposta spontanea che gruppi sociali diversi si danno per risolvere vari problemi, pur in una cornice di società autoritarie e gerarchiche.
Riferendosi inoltre al pensiero di autori come Pierre-Joseph Proudhon, Gustav Landauer, Martin Buber, oltre che a Kropotkin, Colin Ward può essere considerato, come Paul Goodman, il divulgatore di una concezione dell’anarchismo pragmatico e praticabile. Infatti la strategia che viene associata a scrittori come Colin Ward e Paul Goodman, è disegnata per portare l’anarchismo nella vita quotidiana. L’anarchico inglese sostiene che la strategia, che lui chiama anarchia in azione, è una nota a piè pagina del “Mutuo Soccorso” di Kropotkin. In altre parole è un modo di dimostrare che l’anarchismo è presente nelle nostre vite quotidiane e che l’impegno dell’anarchico è quello di aiutare gli individui e i gruppi ad esprimere le loro attitudini naturali.
«Per me l’anarchismo è una filosofia sociale basata sull’assenza di autorità. Per me l’anarchismo è una prospettiva individuale o sociale. Per quanto mi riguarda l’anarchismo è un punto di vista sociale… nel quale il principio di autorità è stato superato da uno fondato sulla cooperazione volontaria. Si potrebbe dire che l’anarchismo è una decentralizzazione estrema. Io credo in una società decentralizzata. Ciò che desidero realizzare è cambiare una società di massa in una massa di società»6. 
Ward ci ricorda che come tutti sappiamo, ci sono una varietà di interpretazioni della parola anarchismo e che lui cercherà comunque di dare una definizione che sia abbastanza ampia per includerne diverse. Inoltre questa sottolineatura della «massa di società» evidenzia proprio la sua logica sperimentale e pluralista anche nel concepire una società libertaria.
Si premura di sottolineare che, in tutte le scelte della nostra vita sociale, in famiglia, nella comunità locale, nel lavoro, nel tempo libero e «nell’organizzazione dei fondi per la salute», nelle comunicazioni, nei trasporti e nelle arti, ci sono una varietà di soluzioni possibili. Secondo lui l’anarchico è una persona che di solito ricerca, sceglie ed è a favore di soluzioni libertarie opposte a quelle autoritarie. I valori che descrive come anarchici sono sostenuti da un grande numero di persone che non si ritengono anarchiche, così desidera felicemente considerarli come universali e, tra tutti, il più importante è la fiducia nell’aiuto reciproco, alla base della vita sociale umana.
Uscendo dalla tradizionale disputa tra riformismo e rivoluzionarismo Colin Ward scrive:
«Parimenti, la distinzione non è tra rivoluzione e riforme, ma tra quel tipo di rivoluzione che serve a installare una nuova cricca di oppressori o quel genere di riforme che servono solo a rendere l’oppressione più digeribile o più efficiente, da una parte, e quei mutamenti sociali, siano essi rivoluzionari o riformisti, attraverso i quali i popoli allargano le proprie sfere di autonomia e riducono la sottomissione alle autorità esterne, dall’altra. L’anarchismo, in tutte le sue forme, è una affermazione della dignità e della responsabilità degli esseri umani. Non è un programma di mutamenti politici, ma un atto di autodeterminazione sociale»7. 
Egli è ben consapevole che il corso della storia è fatto di momenti di accelerazione e momenti di lentezza, anche quando si tratta di mutamenti sociali. Riecheggia in questa concezione l’idea di Elisée Reclus di «evoluzione e rivoluzione», titolo di un suo noto scritto a tal proposito. Questa idea viene sostenuta con costanza da Ward anche attraverso l’idea mutuata dalla frase di Alexander Herzen secondo cui un «un fine infinitamente remoto non è un fine, è un inganno». E il richiamo che egli fa spesso all’impegno necessario e concreto da profondere qui e ora, se si desidera veramente un cambiamento radicale della società, è caratterizzato dalla sua convinzione, presa da Gustav Landauer, secondo la quale «lo Stato non è qualcosa che può essere distrutto da una rivoluzione, è una condizione, un rapporto tra gli esseri umani, un modo di comportarsi. Può essere distrutto contraendo altri rapporti, comportandosi in modo diverso». Raccogliendo poi gli spunti che offre Martin Buber rispetto al rapporto tra Stato e società, Ward sviluppa l’idea che lo Stato è il risultato di una abdicazione della società (delle iniziative cioè spontanee e dirette) nei suoi confronti. Bisogna cioè rendere sempre più inutile la presenza dello Stato stesso attraverso una riappropriazione da parte della società del suo «potere di fare», impedendo la nascita e il consolidamento di quel «potere di far fare», che è rappresentato proprio dallo Stato.
Secondo la sua opinione ci sono delle differenze significative tra il mondo degli anarchici alla fine del 19° secolo e quello del 20° secolo, le quali ci indicano la necessità di adottare uno stile diverso per la propaganda anarchica. Di fronte alla crisi non solo dell’anarchismo, ma anche del grande filone del socialismo, conseguente alla caduta del muro di Berlino, gli sembra importante sottolineare che l’anarchia non è una teoria dell’utopia, ma una teoria dell'organizzazione. Fa sue le parole di Paul Goodman quando osserva che «una società libera non può essere la sostituzione di un "nuovo ordine" a un vecchio ordine; essa deve essere un’estensione della sfera del libero agire, fino a che essa non avrà cambiato la maggior parte della vita sociale». Ward è convinto che un anarchismo intelligente del 21° secolo continuerà a rendere più fitti i propri legami con il mondo dei movimenti ecologisti e con le economie non ufficiali e informali del mondo povero, così come con quelle dei poveri all’interno del mondo ricco, al fine di trarne delle lezioni anarchiche sulla sopravvivenza umana. Egli ritiene che le lezioni impartiteci dal 21° secolo diano maggior forza al messaggio anarchico, ma che «il nostro linguaggio debba tener conto delle nuove e complicate realtà sociali». Di conseguenza per i propagandisti anarchici è, secondo la sua visione, importante attirare l’attenzione su quegli elementi di libertà, cooperazione volontaria che esistono in ogni nazione. L’anarchismo prevede l’espansione di questi elementi all’intera vita sociale e produttiva. Ecco perché pensa che sia importante che gli anarchici continuino a enfatizzare l'esistenza di un anarchismo “diffuso” e “sotterraneo”. La sua analisi mette in risalto come le idee anarchiche del 19° secolo fossero inevitabilmente eurocentriche, anche quando venivano portate in Giappone, Cina e nelle città dell’America Latina da studenti e immigrati. Ma uno dei maggiori ampliamenti della fine del 20° secolo è rappresentato dal contributo apportato da uno stile diverso di pensiero anarchico, con un’etichetta magari diversa, attraverso l’evolversi di numerose e spontanee iniziative di autosufficienza e di autorganizzazione in Africa, Asia meridionale e America Latina. Colin Ward, fino alla fine della sua vita, è stato sempre attento osservatore di tutti quei fenomeni che in varie parti del mondo si presentavano e che, in qualche modo, rappresentavano proprio la conferma delle sue osservazioni su questo tipo di anarchismo. 
Nel corso di una lunga conversazione che ebbi con lui8 a questa mia ulteriore domanda: «Se tu dovessi, concludendo, spiegare ad un essere di un altro pianeta che cos’è l’anarchia, cosa gli diresti, essendo certo di essere comunque capito?» così rispose:
«Il mio primo sforzo sarebbe quello di persuadere il mio ospite a dividere il pasto con me, mi è sempre stato detto che il primo gesto che le popolazioni nomadi compiono verso gli estranei è quello di metterli a proprio agio spiegando loro che nella nostra lingua la parola “compagni” significa persone che dividono il pane con te.
Il secondo passo sarebbe quello di spiegare che alcuni di noi credono che la spontanea condivisione dei beni e dei servizi porta al massimo piacere per tutti e che se l’ospite fosse disponibile a partecipare al lavoro della nostra comunità sarebbe il benvenuto fra noi.
Sarebbe comunque libero di partire, con un avvertimento: molte comunità sono ostili agli estranei di diverso colore e potrebbero giudicarli come “immigrati illegali” o “emigranti economici”».
Colin Ward ci lascia un’eredità importante e raccogliere il suo testimone non è così facile. Per quanto mi riguarda il suo pensiero, il suo sguardo nei confronti della vita, la sua umanità, sono un esempio e una sfida che penso dovremmo cogliere. Ma, attenzione, che proprio lui era solito ripetere che «Ogni insegnante accresce la conoscenza che il suo studente già possiede». 
Ward compie, con le sue riflessioni, una radicale inversione di prospettiva rispetto alle concezioni tradizionali rivoluzionarie dell’anarchismo. Valorizzandone comunque le intuizioni ancora attuali del pensiero classico egli libera il nostro immaginario dalla concezione messianica e utopica costringendoci a pensare e agire, qui e ora, per aumentare il tasso di anarchismo nelle nostre vite senza attendere l’evento catartico che rischia di allontanarci sempre più dalla realtà consegnando le nostre idee alla marginalità storica. La riflessione di Ward è quindi positiva e propositiva e affida alle lotte concrete il superamento della negazione a favore della pratica propositiva.
Concludendo, mi pare quanto mai opportuno riporre oggi la questione che Colin Ward sollevò nel 1961, alla quale occorre dare seguito in maniera attuale e critica.  Scriveva Ward: «Il tema che affronto in questo simposio è “siamo sufficientemente rispettabili?”. E con questa domanda non intendo interrogarmi sul nostro abbigliamento, sulla conformità della nostra vita privata agli standard statistici o sul modo in cui ci guadagniamo da vivere, ma sulla qualità delle nostre idee anarchiche, se esse siano meritevoli di rispetto»9. 
In altre parole intendo discutere qui se la qualità delle idee e delle proposte anarchiche sono meritevoli di rispetto, in quanto suggeriscono concrete soluzioni libertarie ai diversi problemi, e nei vari ambiti sociali, e se possono, in questo modo, preferirsi a quelle autoritarie.
Che cosa significa allora per gli anarchici essere rispettabili? Quali implicazioni teoriche e pratiche possono discendere dall’aver assunto questa domanda come punto di partenza del nostro ragionamento e soprattutto che conseguenze ha il fatto di preoccuparsi in primis della rispettabilità dell’anarchismo nei nostri comportamenti quotidiani? Quali ripercussioni produce nel corpus teorico-storico dell’anarchismo militante? Quale cambiamento di sguardo introduce nelle nostre analisi? Quale postura assumere rispetto al ruolo dell’anarchico in questa società?
La discussione è aperta.
 

Note

1. Cfr.: Francesco Codello, Volontà: Workshop of Anarchist Research, in: Giovanna Gioli and Hamish Kallin, Thinking as Anarchists, Edinburgh University Press, Edinburgh, 2022.
2. Colin Ward – David Goodway, Lo sguardo anarchico, elèuthera, Milano, 2021.
3. Francesco Codello, Il seme sotto la neve, in: Libertaria, Milano, a. 12 n.1-2, 2010.
4. Colin Ward, Anarchia come organizzazione, elèuthera, Milano, varie edizioni, p. 9.
5. Colin Ward, Influences. Voices of Creative Disent, Green Books, Bideford (Devon), 1991.
6. Boston Richard, Conversation about anarchism, Risposta di C.W. (Colin Ward), in: Anarchy, n. 85, London, March 1968.
7. Colin Ward, Anarchia come organizzazione, cit., p. 204.
8. Francesco Codello, Il seme sotto la neve. Intervista a Colin Ward, in: Libertaria, luglio/settembre 2001, Milano, a. 3 n. 3.
9. Colin Ward, Anarchism and Respectability, Fredoom, London, 1961.