di Giacomo Borella
In questa parte del seminario dedicata ai rapporti tra Colin Ward e l’Italia, che come sappiamo sono stati intensi e duraturi, vorrei partire da una delle persone che con più convinzione e costanza si sono spese nella diffusione della sua opera nel nostro paese, che è Goffredo Fofi, maestro e caro amico non solo mio ma di diverse persone presenti in questa sala. La definizione di go-between – che in italiano possiamo tradurre solo con termini dal vago sapore burocratico o commerciale, come intermediario, mediatore, tramite – che Ward ha usato per descrivere la figura di Walter Segal, architetto svizzero-britannico di cui era amico e grande estimatore, si attaglia molto bene allo stesso Ward e anche a Goffredo. Go-between nel senso di colui che mette in relazione, in circolo, in contatto, in rapporto, persone, esperienze, libri, ricerche anche molto diverse tra loro, che si fa tramite, ponte, snodo di una rete… Ward introduceva il suo libro Influences. Voices of creative dissent, un personale tributo alle figure di attiviste, pensatori, professioniste, studiosi, verso le quali riteneva di essere più debitore, con queste parole: "Voglio indurvi alla scoperta delle persone che mi hanno influenzato, per la più semplice delle ragioni: voglio condividere con voi il mio piacere. Sarebbe per me gratificante se riuscissi a introdurvi a un gruppetto di persone simpatetiche che potreste non aver avuto occasione di incontrare e la cui lettura potreste apprezzare. Questa è la ragione per cui spesso, quando cerco nei miei scaffali, non riesco a trovare i libri che vorrei citare: devo averli messi nelle mani di qualcuno, nella speranza che quella particolare influenza contagiasse un po' anche lui". Così ha fatto con molti di noi anche Goffredo, mettendoci in mano i libri di Colin Ward quando negli anni Novanta elèuthera aveva preso a tradurli più sistematicamente. Non abbastanza noto all’estero, Goffredo è stato uno dei go-between più attivi nell’Italia della seconda metà del Novecento e del primo quarto di questo secolo. La rete sempre mobile e mutevole di cui era allo stesso tempo nodo e tessitore collegava tra loro Elsa Morante e Nino D’Angelo, Vonnegut e Bonhoeffer, Totò, Glauber Rocha e Alice Rohrwacher, i valdesi, i situazionisti e i movimenti degli anni Sessanta e Settanta, Salvemini e Gobetti, i cattolici del dissenso e – naturalmente – i filoni più seri dell’anarchismo. Negli anni Sessanta, anche se il suo inglese non era proprio fluente, leggeva con ammirazione la rivista “Anarchy” che Colin Ward metteva insieme sul tavolo da cucina della sua casa londinese, annodando a sua volta una rete estesa e composita, cosmopolita e locale, che trasgrediva allegramente e sistematicamente i canoni dell’ortodossia anarchica. Nel dicembre ’69 era stato sulla tomba del ferroviere anarchico Pino Pinelli il giorno dei suoi funerali, serbando poi per tutta la vita un amore schietto per la sua nobile figura. Due anni fa, pure malfermo e affaticato, aveva preso uno degli ultimi treni della sua vita per salire a Milano per i funerali della vedova di Pino, Licia. “Non potevo non venire”, ci aveva detto nel desolato parcheggio di via Corelli dove si teneva il funerale. Tra anni Ottanta e Novanta, Goffredo aveva iniziato a “fiancheggiare” il lavoro di elèuthera e del Centro Studi Libertari (e da allora non avrebbe mai smesso), più o meno nello stesso periodo in cui questi avevano intensificato i loro rapporti con Ward. Chi conosce Goffredo sa che il suo operare procedeva a ondate, e quelli furono gli anni della sua riscoperta del pensiero anarchico: nei dieci o quindici anni successivi pubblicò, soprattutto nella sua collana Piccola Biblioteca Morale, ma non solo, testi di Ward, Kropotkin, Berneri, Malatesta. In quel periodo ricordo che Goffredo – che amava scompaginare i clichè - si definiva, un po’ scherzosamente, “anarco-socialdemocratico”. Possiamo dire che al centro di questa sua riscoperta ci sia stato l’incontro con il lavoro e poi anche con la persona in carne ed ossa di Colin Ward. Sicuramente verso Ward sentiva una fratellanza “di classe”. Ward era figlio di una famiglia della working class dei suburbi dell’East End londinese; suo padre, laburista, era diventato insegnante studiando alle scuole serali. Il padre di Goffredo, socialista, a Gubbio aveva una bottega di riparazione di biciclette e quando poi la famiglia era emigrata nella banlieu parigina era diventato gruista. Ward aveva lasciato la scuola all’età di quattordici anni e aveva cominciato a lavorare, mentre Goffredo aveva un diploma magistrale da maestro elementare. In ogni caso, l’orizzonte verso il quale si sarebbero in primo luogo rivolti sarebbe sempre rimasto quello dei vinti, dei senza potere, dei subalterni. Due altre cose che certo li accomunavano erano il loro essere entrambi organizzatori e factotum di riviste piuttosto caserecce, e il fatto di non avere la patente, e quindi di essere dei grandi camminatori e utenti indefessi dei trasporti pubblici. Ma credo che nell’affetto reciproco tra di loro avesse contato anche la comune inclinazione a una certa frugalità godereccia e conviviale: ancora non molti anni fa Harriet, la vedova di Colin, mandandomi i suoi saluti via email mi chiedeva di mandare “lots of love to Goffredo” aggiungendo che “credo sia stato lui a introdurci alla mozzarella di bufala! (Ora possiamo trovarla anche qui, ma è molto costosa e quindi di solito compro quella di mucca)”. Nella famosa tournee italiana del gennaio/febbraio 1997, che aveva portato Ward a Milano, Roma, Napoli, Torino e Venezia per una lunga serie di incontri, conferenze e riunioni, Goffredo, Colin e Harriet avevano potuto frequentarsi e conoscersi meglio. Durante le discussioni al termine di uno di questi incontri, avvenuto credo alla Fondazione Lisli e Lelio Basso di Roma, Goffredo era stato folgorato da una risposta data da Ward a qualcuno che nella sala gli aveva chiesto una sua definizione di anarchia: “L’anarchia è una forma di disperazione creativa”. Tutti gli amici o lettori di Goffredo si saranno imbattuti almeno una volta in questa citazione, perché diventò una delle sue preferite, tornando a riaffiorare molto spesso nei suoi racconti e ragionamenti, anche a decenni di distanza. Asimmetricamente, è invece davvero molto strano che Colin Ward non abbia mai messo per iscritto - neppure una volta, che io sappia - questa formula così fulminante e icastica. Proprio lui che, scusandosi per il fatto che gli capitasse sovente di ripetersi, raccontava candidamente che il suo mestiere di “propagandista anarchico”, come ironicamente lo definiva, lo portasse ad avere cassetti pieni di citazioni, proprie o altrui, fotocopiate e ritagliate, pronte per essere incollate all’occorrenza e incorporate nei testi che doveva preparare. Chissà come mai Ward non ha mai più utilizzato e approfondito questa definizione splendidamente ossimorica. Si potrebbe pensare che essa sia scaturita in quella sala della Fondazione Basso come in una sorta di epifania irripetibile, impossibile da estrarre da quello specifico contesto, o forse più prosaicamente che la memoria di Goffredo abbia un po’ lavorato di fantasia… Come che sia, da allora la frase “L’anarchia è una forma di disperazione creativa” rimase per lui l’effigie della figura di Colin Ward. Goffredo non aveva molta simpatia per una certa vena facilona e ingenua a volte presente negli ambienti anarchici e, quando gli capitava di trovarsi a contatto con essa, replicava calcando un po’ la mano (come indubbiamente gli piaceva fare) richiamando le parole di Herman Melville sull’”innata pravità del genere umano”, con la quale secondo lui era inevitabile in qualche modo fare i conti. La storia, secondo la sua amica Elsa Morante, era “uno scandalo che dura da diecimila anni” e ogni posizione che non considerasse questo sfondo tragico non era per lui degna di essere presa seriamente in considerazione. Quindi la definizione di Ward lo aveva entusiasmato perché partiva proprio da questa presa di coscienza di uno sfondo tragico, ma allo stesso tempo rifiutava di farsene annichilire completamente, proponendo una strategia di sopravvivenza fondata sull’inventiva, malgrado tutto. Ed effettivamente, alla luce di questa definizione, si chiariva meglio lo sguardo di Colin Ward attento e partecipe dell’arrabattarsi e ingegnarsi delle persone - i perdenti, gli anonimi, i senza potere, i bambini -, impegnato a indagare e ricostruire le loro tattiche, l’inventiva delle loro astuzie.
Nella parte restante del mio intervento credo di dover prendere un po’ più alla lettera il titolo di questa sessione su Ward e l’Italia: paesaggi abitati e città socievoli. Vorrei farlo riprendendo un’attitudine che ritengo tra le più preziose nel suo modo di affrontare l’habitat umano, ovvero la sua preferenza per l’osservazione di spazi concreti, situati, vissuti, di luoghi specifici indagati con grande attenzione e rispetto nella loro dimensione fisica minuta. Si tratta di uno sguardo che diffida delle trattazioni generiche, dei modelli utopici disincarnati, che torna sempre a rivolgersi agli spazi reali della vita quotidiana e sa scoprirvi spesso trame e intrecci a prima vista invisibili. Vi propongo quindi di continuare a seguire Colin, almeno per qualche passo, in quelle due giornate romane del ’97, quando, dopo gli incontri e le riunioni, aveva chiesto di essere accompagnato in giro per la città e Goffredo lo aveva affidato ad uno sparuto drappello di suoi giovanissimi amici. Questi inespertissimi ciceroni, invece di portarlo a visitare il Pantheon e piazza Navona, non si sa se perché suggestionati dalle letture dei suoi libri sulle aree urbane marginali o per comodità (visto che abitavano da quelle parti), lo avevano portato a spasso per il quartiere semiperiferico di Torpignattara e i suoi dintorni, nella parte sud-est della città, dove ancora oggi, trent’anni dopo, nessun turista ha mai messo piede. Il mio caro amico Marco Carsetti, che guidava il drappello e aveva allora ventidue anni, mi ha un po’ raccontato come andarono le cose. Camminando in lungo e in largo per Torpignattara – in cui proprio in quegli anni alla storica presenza di immigrati italiani si stava affiancando quella dell’immigrazione asiatica e nordafricana, che sarebbe poi diventata massiccia – arrivarono in una sorta di enclave, posta a ridosso dei binari della stazione Casilina: era il piccolo quartiere della Certosa, una delle molte borgate romane di origine abusiva incorporate nella città. Il racconto dice che in queste strade della Certosa Colin Ward rimase incantato e si entusiasmò, ritrovandosi in qualche modo a casa, malgrado lo spiccato esotismo che questi luoghi dovevano mostrare ai suoi occhi britannici. Scartabellando nel mio computer ho ritrovato alcune foto che avevo scattato una quindicina di anni fa nelle vie di questa piccola borgata. I paesaggi di architetture ruspanti e scombiccherate che ci appaiono, costruiti a partire dall’inizio del secolo scorso da emigrati veneti o calabresi, e poi man mano modificati e trasformati fino ancora a tempi recenti, portano i segni dell’arte di arrangiarsi, delle tattiche e delle arguzie di persone che avevano dovuto e saputo organizzarsi da sole, o tra di loro. Non mancano mai giardinetti, alberelli di arance o di cachi, torrette, logge, scalette tortuose. Naturalmente ci vengono in mente molti topoi wardiani. Arcadia for All (Un’Arcadia per tutti), il titolo del libro scritto con Dennis Hardy che ricostruisce la microstoria dei paesaggi improvvisati dei plotlands delle coste sud-est dell’Inghilterra nella prima metà del Novecento, è una felice formula che vale anche per questa piccola borgata e per la sua atmosfera rusticamente paesana precipitata all’interno della metropoli. “Forse è solo un’immagine sbiadita dell’Arcadia che gli utopisti avevano immaginato, ma probabilmente per molta gente era la migliore disponibile in quel tempo”, scriveva Ward. Un altro topos wardiano che ci torna in mente è quello della “città a grana fine”, fatta di differenze, variazioni, scarti, sorprese, declinate alla piccola scala e articolate in una dimensione raccolta. Qui risalta anche il contrasto tra la varietà e inventiva di questa città a grana fine e l’opacità della città “pianificata”, seriale e speculativa, che la circonda. Ciò allude alla fertile contraddizione che attraversa tutto l’operare di Ward, quella tra il suo essere un sostenitore della pianificazione urbana, nella quale riscontrava origini e motivi profondamente intrecciati con le origini stesse dei movimenti anarchici, e contemporaneamente difensore a spada tratta dell’abusivismo per necessità, dell’autorganizzazione e dell’improvvisazione. Nel suo ideale urbanistico questi due elementi antitetici possono essere entrambi necessari e si costituiscono ognuno come contrappeso dell’altro.
Come scriveva Michel de Certeau nell’ultima pagina de L’invenzione del quotidiano: “Eliminare l’imprevisto o espungerlo dal calcolo come un accidente illegittimo e sovvertitore della razionalità, significa impedire una pratica viva e ‘mitica’ della città”.