di Raul Pantaleo
Ci sono libri che, senza rendercene pienamente conto, continuano ad agire in noi, orientando le nostre scelte e il nostro modo di guardare al mondo.
Ho ritrovato in biblioteca Anarchia come organizzazione di Colin Ward, nell’edizione Antistato del 1979; aprendolo ho riscoperto miei appunti “ribelli” datati 30 settembre 1987.
Sfogliando questo libro mi sono reso conto di quanto abbia influenzato il mio percorso di architetto, ma soprattutto di attivista.
Mi ha colpito il sorprendente parallelismo tra l’indice di Anarchia come organizzazione e quello del mio libro Architetture del Noi1, che, dopo quasi quarant’anni, sembra ripercorrere, attraverso esperienze concrete, molti dei principi e dello spirito di Colin Ward. Come se quelle sottolineature fossero le prime tracce di un percorso che avrei sviluppato nei decenni successivi attraverso progetti, esperienze collettive e pratiche di trasformazione degli spazi e delle relazioni.
La lezione più importante che il libro di Ward mi ha trasmesso è stata soprattutto di natura strategica: agire nella quotidianità seguendo principi utopici. Non pensare all’anarchia come a un orizzonte astratto, a una società ideale da realizzare in un futuro indefinito, ma come a una pratica quotidiana di trasformazione della realtà. Riconoscendo, nelle pieghe della società esistente, le possibilità di libertà, cooperazione, mutuo appoggio. È da qui che nasce un modo diverso di intendere l’architettura: non soltanto come costruzione di spazi, ma come condizioni affinché le persone possano organizzarsi, cooperare e diventare protagoniste del proprio abitare.
In quest’ottica, le corrispondenze tra i capitoli di Colin Ward e quelli di Architetture del Noi diventano ancora più evidenti.
Nell’introduzione, a pagina quattordici, dove Ward scrive: «L’anarchismo non è la visione, basata su congetture, di una società futura, ma la descrizione di un modo di organizzarsi dell’uomo, radicato nell’esperienza della vita quotidiana (…)» la sottolineatura è doppia. Ritrovo poi questa idea nel capitolo di Architetture del Noi dedicato alla comunanza, intesa come volontà di lavorare insieme alla collettività e per la collettività, immaginando un’architettura che non sia più soltanto un oggetto, ma un processo capace di trasformare e proteggere il bene comune. Un’architettura intesa come soggetto politico attraverso cui incidere concretamente nella società.
Nel primo capitolo, L’anarchia e lo Stato, Ward affronta il tema: l’azione diretta. Questo concetto per noi è diventato azione diretta a fianco di Emergency costruendo ospedali in varie zone di guerra e povertà, dal Sudan all’Afghanistan, dall’Iraq fino, oggi, alla Siria. Qui l’incontro con Gino Strada ha significato il rafforzamento di un’idea di attivismo in cui i principi non restano dichiarazioni di intenti, ma diventano azioni concrete. Le raccontiamo nel capitolo Attivismo e in quello successivo, Azione, dedicato all’esperienza sulla nave di soccorso di Emergency. L’azione diretta diventa così un modo di intendere l’architettura non come semplice prestazione professionale, ma come scelta di campo, assunzione in prima persona di responsabilità e bellezza.
Il tema dell’organizzazione collettiva che troviamo nel terzo capitolo di Ward, La dissoluzione della leadership, trova una corrispondenza nel passaggio dall’io al noi. Qui è la nostra storia come collettivo TAMassociati che diventa un esempio vivo: la sfida di superare la figura tradizionalmente autoriale e autoreferenziale dell’architetto per costruire una pratica progettuale collettiva, fondata sul confronto e sulla condivisione. Un processo in cui l’architettura smette di essere espressione individuale per diventare il risultato di un lavoro condiviso.
Da qui il collegamento con il quinto capitolo di Ward, Chi deve pianificare?
In Architetture del Noi questa domanda viene sviluppata attraverso il concetto di partecipazione, lo strumento con cui il noi dei progettisti si apre a un noi più ampio, quello delle comunità. In questo percorso è stato fondamentale il costante riferimento a Giancarlo De Carlo, che ha contribuito a orientare la nostra riflessione sulla partecipazione come strumento di bellezza e sul ruolo sociale dell’architetto.
C’è poi un altro passaggio fondamentale nel quarto capitolo di Ward, L’armonia nasce dalla complessità, in cui, a pagina sessantasette, si legge: «L’alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell’unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa».
Questa affermazione, oltre alla sua evidente valenza politica, possiede per noi anche una profonda valenza estetica e progettuale. Significa rinunciare a un’architettura autoriale, riconoscibile attraverso un linguaggio imposto a priori, per privilegiare un’architettura capace di modificarsi in relazione alle esigenze, alle persone e alla complessità dei luoghi. Un’architettura che non cerca di ridurre le differenze a un gesto unico, ma le riconosce e le valorizza. È il passaggio da un’architettura fine a sé stessa a un’architettura orientata al bene comune.
Infine, nel quattordicesimo e ultimo capitolo, L’anarchia è un futuro plausibile, Ward affronta alcune questioni che oggi appaiono più urgenti e che si collegano a un tema centrale della nostra riflessione: il concetto di limite. A pagina duecento Ward scrive: «La prima (affermazione di carattere generale) è che le risorse nel mondo non sono infinite; la seconda è che i paesi ricchi hanno fin qui sfruttato queste irricostituibili risorse ad un tasso che il nostro pianeta non è in grado di sostenere. La terza, infine, che queste “economie sviluppate” stanno sfruttando anche le risorse dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo».
È sorprendente ritrovare, in un libro di più di cinquant’anni fa (la prima edizione è del 1973), una riflessione che oggi è diventata imprescindibile e tremendamente attuale. Il limite non è soltanto una questione ambientale, ma una condizione culturale, geopolitica, etica del progetto. Significa riconoscere che non possiamo continuare a costruire come se le risorse fossero infinite, né pensare che ogni trasformazione debba necessariamente produrre nuovi oggetti. Significa interrogarsi sui bisogni e diritti reali di tutto il pianeta, sulla responsabilità delle nostre scelte e sulla possibilità di immaginare un’architettura capace di confrontarsi con i limiti del nostro futuro.
Rileggendo oggi questi passaggi, ciò che più mi colpisce è la continuità tra le sottolineature del 1987 e il percorso sviluppato nei decenni successivi.
È a partire da questo libro ritrovato, e dal suo sorprendente rispecchiarsi in Architetture del Noi, che vorrei ricordare Colin Ward. Non soltanto per riconoscere il debito nei confronti di un pensatore che ha profondamente influenzato la nostra formazione, ma anche per riflettere sull’attualità della sua intuizione più importante: che una società diversa non debba necessariamente essere immaginata come un futuro lontano, ma possa cominciare a prendere forma nel presente, attraverso pratiche concrete di autonomia, cooperazione e autorganizzazione. In questa prospettiva, l’architettura può diventare uno strumento capace di tradurre tali principi in spazi, relazioni e modalità concrete di vivere e abitare.
Nota
- Raul Pantaleo, Architetture del Noi, Elèuthera, Milano, 2025.