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Pinelli una storia Venezia 1984 Crocenera anarchica

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Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta - Albert Camus

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Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968

 

Il Congresso Internazionale Anarchico di Carrara del 1968

 

Nel 1968, l’Europa è attraversata dalle scosse di un cambiamento sociale epocale innescato dalle rivolte studentesche e egiovanili. In questo fermento l’anarchismo sembra ritrovare voce. Il movimento cresce. Gruppi e circoli nascono ovunque, anche dove l’anarchismo sembrava scomparso. In quell’anno cruciale in molti guardano agli anarchici come ai più coerenti protagonisti di quel cambiamento.

In questo contesto, tra il 31 agosto e il 3 settembre la città di Carrara, già simbolo di lotte anarchiche e tradizioni libertarie, diventa il centro di un incontro di grande rilevanza internazionale. L’occasione è un congresso interno convocato da alcune Federazioni anarchiche nazionali che però si apre a una più vasta partecipazione. Nelle sale del Teatro degli Animosi si raccolgono così le più varie voci, esperienze, lingue, visioni e ovviamente tensioni. Sono infatti presenti sia delegati ufficiali provenienti da diciotto paesi (dalla Grecia al Giappone, da Cuba alla Nuova Zelanda), sia osservatori esterni a quelle federazioni e perlopiù appartenenti alla nuova generazione protagonista del ’68. In un’atmosfera carica di aspettative, si incontrano così figure storiche del movimento italiano e internazionale e i giovani “sessantottini” europei.

Di fatto, il congresso diventa l’occasione per il movimento internazionale di interrogarsi, di confrontarsi, di misurare le proprie aspirazioni a fronte delle sfide poste da un’epoca attraversata da conflitti sociali profondi e diffusi. Ma diventa anche l’occasione in cui va in scena l’incontro/scontro tra due generazioni. Da un lato i “vecchi” anarchici, custodi di una lunga e gloriosa tradizione di lotte scandita da carcere, confino, esilio, guerra; dall’altro i giovani sessantottini, portatori di un linguaggio nuovo più in sintonia con i tempi e spesso critici verso le forme organizzative tradizionali. Questo incontro tra due modi diversi di intendere la presenza e la pratica anarchica, tra due diverse sensibilità, non sarà senza tensioni: i giovani ribelli sono critici verso il movimento tradizionale che accusano di essere congelato in un’epoca gloriosa sì ma passata, mentre i vecchi combattenti temono scelte avventate da parte di chi è arrivato all’anarchismo sull’onda di un’effervescenza sociale improvvisa e travolgente. Manca in questo scenario una generazione intermedia che potrebbe fare da ponte, militanti come Giuseppe Pinelli, uno dei pochi esponenti di quella generazione, che all’epoca milita nei Gruppi Giovanili Anarchici Federati pur essendo alla soglia dei quarant’anni.

Tra i presenti al congresso ci sono vari giovani militanti in veste di “osservatori”, che arrivano portando con sé il loro entusiasmo ma anche una certa distanza critica. Tra questi, Amedeo Bertolo, allora ventisettenne, che molti anni dopo ricorderà di essere giunto a Carrara quasi “come a una grande festa di famiglia”, senza aspettative eccessive ma con la consapevolezza di partecipare a un evento importante, “orgoglioso di essere anarchico tra anarchici”.[1] Lui e i compagni della Gioventù Libertaria di Milano occupano uno spazio tutto loro, riconoscibile dai manifesti appesi alla balaustra del teatro – slogan contro l’autorità e soprattutto un richiamo alla rivolta di Praga – e da una bandiera nera con la scritta ANARCHIA, simbolo di un’identità già forte, ma in cerca di rinnovamento. Dal suo ricordo emerge uno sguardo duplice: da un lato il rispetto per i “vecchi combattenti”, che avevano tenuto viva la tradizione anarchica; dall’altro l’impazienza di una generazione che percepiva quella stessa tradizione come distante dalle nuove forme di conflitto che stavano esplodendo nel mondo.

 

 

Dopo le relazioni d’apertura, le tensioni non tardano a emergere. Un momento particolarmente acceso si verifica con l’intervento di Domingo Rojas, delegato degli anarchici cubani in esilio, che denuncia la repressione del movimento anarchico a Cuba e la deriva autoritaria della rivoluzione castrista. La sala si accende e si divide: da una parte gli applausi, dall’altra le contestazioni. Lo scontro esplode quando Daniel Cohn-Bendit, figura simbolo della rivolta studentesca europea, presente come osservatore del movimento francese “22 marzo”, accusa gli anarchici cubani di essere strumenti della CIA. Le parole pesano come pietre. Ne segue un confronto acceso che rende evidente una frattura insanabile tra le posizioni marxiste-libertarie espresse da Cohn-Bendit e quelle anti-totalitarie espresse dagli anarchici vecchi e giovani. Per qualche istante il congresso si trasforma in un caos sonoro e politico che in questo caso non segue le linee generazionali. Alcuni cercano di reagire coprendo le grida: Bertolo racconta di aver cantato, insieme ad altri compagni, Figli dell’officina. A riportare l’ordine intervengono gli anarchici carraresi del servizio d’ordine – cavatori di marmo, abituati a ben altra durezza – che accompagnano con decisione i contestatori fuori dalla sala. I lavori riprendono, ma Cohn-Bendit e gli altri membri del “22 marzo” lasciano il congresso, trasferendosi simbolicamente sulla spiaggia di Marina di Massa per dar vita a un incontro alternativo.[2]

A distanza di decenni, ciò che resta più vivido nei ricordi di chi prese parte al Congresso di Carrara è certamente l’intensità del dibattito, ma anche la percezione di trovarsi dentro un organismo vivo pronto a partecipare con le sue molte facce alla svolta epocale in atto. Un organismo dove continuità e rottura, memoria e invenzione possono convivere senza dover trovare una sintesi definitiva – e proprio questo lo ha reso straordinariamente fecondo. In questo senso, il Congresso di Carrara appare ancora oggi come un frammento pulsante di un’epoca inquieta in cui tutto sembrava ancora aperto e possibile.

 

Note

[1] Nel 2007, Amedeo Bertolo ricorda come lui e i suoi compagni si fossero avvicinati a Carrara con uno sguardo che restava ambivalente, sospeso tra rispetto e distanza: «Eravamo andati […] come a una grande festa di famiglia […] senza grandi aspettative […] il più grande incontro anarchico da anni […] un avvenimento […] non irrilevante, come rito identitario e come possibilità di incontri ai margini del congresso».

[2] In filigrana, quella frattura appariva anche come qualcosa di più profondo, come ricorda Bertolo: «[…] da un lato la solida tradizione anarchica, dall'altro la beffarda rivolta libertaria […] In mezzo, noi […] che non ci identificavamo appieno negli uni e negli altri».

 

 

29/04/2026
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