Salta al contenuto principale
  • Home
  • Contattaci
  • Sostienici
  • 5 x mille

Form di ricerca

  • IT
  • FR
  • EN
  • ES
  • PT
  • DE
  • 文
  • EL
  • 日本語

Pinelli una storia Venezia 1984 Crocenera anarchica

Home Centro studi libertari - Archivio G. Pinelli

Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta - Albert Camus

  • Home
  • Contattaci
  • Sostienici
  • 5 x mille
  • Chi siamo
    • Il CSL - Informazioni pratiche
    • Storia del CSL
    • Giuseppe Pinelli
    • Metodologia – Storia dal basso
  • Navigazione
    • Eventi - Iniziative
    • Bollettino
    • Fondi archivistici
    • eArchive - Progetti digitali
    • Ricerche e temi
    • Persone
    • Focus - Approfondimenti
    • Gallery - Video - Percorsi visuali
    • Edizioni e pubblicazioni
  • Risorse per la ricerca
    • Catalogo della biblioteca
    • Fondi archivistici
    • Catalogo ReBAL
    • Risorse FICEDL
    • Periodici
  • Novità e materiali
    • Novità e annunci
    • Chicche e documenti d'archivio
    • Tutti i materiali

Ad ogni modo, le indagini procedono

 

“Ad ogni modo, le indagini procedono”: il movimento anarchico a Milano durante il fascismo nelle carte di polizia

di Fausto Buttà

 

Con le Leggi Eccezionali del 1926 e il consolidarsi della dittatura fascista, la morsa che teneva soggiogati gli antifascisti si strinse ulteriormente eliminando di fatto per le opposizioni qualsiasi spazio legale di manovra. La conseguenza di tutto ciò fu una ripresa della “propaganda del fatto”. Gli attentati compiuti, o solo progettati, da parte di Michele Schirru (1931), Gino Lucetti (1926) e Angelo Sbardellotto (1932), o quello attribuito al giovanissimo Anteo Zamboni (1926), rappresentano gli episodi più rinomati[1]. L’attentato alla Fiera di Milano nel 1928 si iscrive in questo tracciato.

Giovedì 12 aprile 1928, Piazza Giulio Cesare, a Milano, all’entrata della Fiera una discreta folla sta aspettando l’arrivo di Vittorio Emanuele III, ospite d’onore per l’inaugurazione della IX Fiera. La comparsa del monarca è prevista per le 10.30 circa, ma per un cambio di programma conosciuto da pochi addetti ai lavori, il re è già in procinto di arrivare. Mancano dieci minuti alle 10. All’improvviso un boato. Una bomba, collocata nel basamento di un lampione, scoppia uccidendo 14 persone sul posto (altre sei muoiono nei giorni successivi, in seguito alle ferite riportate) e ferendone una quarantina.

Tutt’oggi non si conoscono né i nomi degli attentatori né l’esatta trama dietro a questo episodio. Esclusi i lavori di Mimmo Franzinelli e Carlo Giacchin[2], gli storici hanno dedicato poche ricerche a questo evento, anche a causa della mancanza di indagini adeguate da parte delle autorità fasciste. Comunisti, anarchici, fuoriusciti, antifascisti, ma anche fascisti dissidenti, spie e doppiogiochisti: nel calderone delle ipotesi caddero in tanti e i più disparati, fin quando il capo della polizia fascista non interruppe del tutto le indagini[3].

Tra i sospettati dell’attentato alla Fiera e i 560 individui arrestati non potevano mancare gli anarchici, compresi Carlo Molaschi, Nella Giacomelli, Henry e Libero Molinari[4]. Certamente il perseguimento della pista anarchica nei primissimi giorni successivi all’attentato sorgeva anche dal ricordo della strage al Teatro Diana nel marzo 1921, quando l’azione dinamitarda di alcuni anarchici milanesi provocò non solo la morte di 21 persone ma anche una feroce repressione contro tutto il movimento anarchico, favorendo l’ascesa del fascismo, visto dalla reazione come un argine all’avanzata dei rossi e dei sovversivi[5]. Oltre all’episodio del Diana vi era, poi, la lunga tradizione della “propaganda del fatto”, ovvero quella concezione tipica degli anarchici individualisti per cui l’azione, spesso violenta, del singolo veniva intesa come una legittima forma di lotta politica. All’interno di questa tradizione si iscrivono sia l’assassinio del presidente francese Sadi Carnot da parte del giovane milanese Sante Caserio (1894), sia il regicidio di Umberto I a Monza per mano dell’anarchico Gaetano Bresci (1900). Se la repressione del movimento anarchico in Italia seguita al gesto di Bresci era riuscita a fermare la fase “eroica” dell’anarchismo individualista[6], con la fine della Prima Guerra Mondiale la situazione sociopolitica in Italia era cambiata al punto da risvegliare alcune cellule dormienti. A Milano, da sempre laboratorio di idee e pratiche politiche, in quel clima di fervore subito dopo la Grande Guerra, vi era dunque spazio anche per gesti individualisti come, per esempio, quelli del giovane Bruno Filippi.

Nato a Livorno nel 1900 ma cresciuto a Milano, nel 1919 Bruno Fillippi fu autore di quattro attentati, susseguitisi nel volgere di poco più di un mese: il primo al Palazzo di Giustizia di Milano (29 luglio, nell’anniversario del regicidio di Umberto I); il secondo presso la casa dell’industriale Giovanni Breda (agosto); il terzo presso l’abitazione del marchese, senatore ed ex-sindaco di Milano Ettore Ponti (settembre); e infine la bomba al Caffè Biffi, al Circolo dei Nobili nella Galleria Vittorio Emanuele. L’unica vittima dei suoi attentati fu egli stesso, Filippi, morto a causa del mal funzionamento della bomba al Caffè Biffi (7 settembre 1919). Le azioni di Filippi vanno inserite in quel contesto storico specifico che fu il Biennio Rosso (1919-20). Fu un periodo di fortissime tensioni sociali in Italia che vide moltissimi scioperi, occupazioni di fabbriche e latifondi, accompagnati da scontri violenti tra socialisti, sindacalisti e anarchici da una parte contro reazionari dall’altra, presto difesi dall’emergente movimento fascista di Benito Mussolini.

Tuttavia, a Milano gli anarchici non erano rappresentati solo dalle gesta di Bruno Filippi[7]. Insieme ai socialisti, essi si resero protagonisti delle agitazioni contro il rincaro del prezzo del pane e a favore delle vittime politiche fin dal luglio 1919. Fu fondata la sezione milanese dell’Unione Anarchica Italiana (9 agosto 1919)[8] mentre l’Unione Sindacale Italiana trasferiva la sua sede nazionale da Bologna a Milano confermando l’anarchico Armando Borghi come suo segretario nazionale. Dal dicembre 1919, inoltre, la presenza a Milano dell’anziano rivoluzionario Errico Malatesta aveva favorito un particolare ardore tra gli anarchici in questa città, sancito dal lancio di un quotidiano, “Umanità Nova” (febbraio 1920). Per tutto il 1920 si susseguirono manifestazioni, incontri, convegni e scioperi con gli anarchici tra i principali protagonisti. Questo intenso periodo di attivismo da parte degli anarchici indusse il questore di Milano a dichiarare che in città ci fossero 2000 anarchici “armati fino ai denti”[9]. La loro presenza all’interno del movimento operaio era massiccia e i lavoratori sembravano seguirli:

“Si starebbe quindi [...] preparando l’ambiente per potere da un momento all’altro occupare le fabbriche, le case, le banche e le caserme facendo assegnamento sui consigli di fabbrica e sui consigli degli inquilini, specialmente nei quartieri popolari [...].”[10]

Il giornale “Umanità Nova” fu prima uno strumento propagandistico di lotta degli anarchici, ma dopo il fallimento del Biennio Rosso, incapace di trasformare quella potenza ribelle in una rivoluzione sociale, e soprattutto dopo l’attentato al Teatro Diana (23 marzo 1921), il quotidiano degli anarchici italiani stampato a Milano si tramutò in un megafono per la prima resistenza antifascista nel paese. In seguito all’attentato, la repressione colpì soprattutto i militanti anarchici, non solo a Milano, eliminando dallo scontro politico dei mesi successivi l’ala più intransigente che si opponeva all’avanzata del movimento fascista. Questo crebbe sensibilmente durante il 1922, fino alla vincente scalata al potere del suo capo avvenuta nell’ottobre dello stesso anno.

Tra la presa del potere di Mussolini e la nascita di una vera e propria dittatura passarono poco più di due anni durante i quali il capo del governo non nascose né i suoi fini dittatoriali né i suoi mezzi violenti e repressivi. Nel 1923, a Milano furono arrestati molti anarchici tra i quali Carlo Molaschi, a cui era già stata interrotta la pubblicazione del suo giornale “Pagine Libertarie”[11] e che fu costretto inoltre a chiudere la libreria Tempi Nuovi da lui aperta nel 1919. Arrestati e poi rilasciati anche Leda Rafanelli e Giuseppe Monanni, responsabili della Casa Editrice Sociale, i cui volumi furono sequestrati. Durante la campagna elettorale del marzo 1924, infine, l’Unione Anarchica Italiana era ancora attiva nell’incoraggiare i lavoratori a sostenere le proteste del sindacato anarchico. Poi, arrivò il 10 giugno 1924 e l’assassinio di Giacomo Matteotti, il punto di svolta verso la dittatura fascista.

Se il fine di Mussolini divenne quello di consolidare la dittatura fascista, tra i mezzi usati continuò ad esserci la repressione di qualsiasi attività politica avversa al regime. Alla violenza squadrista si affiancò la capillare azione di funzionari zelanti, pronti a chiudere giornali, librerie e case editrici, lesti a eliminare sacche di resistenza all’interno del movimento operaio, incessanti nella loro opera di sorveglianza, delazione, e repressione di ogni voce contraria al regime. È soprattutto il sistema di sorveglianza l’aspetto che più colpisce chiunque analizzi le carte di polizia contenute nel fondo Gabinetto di Prefettura dell’Archivio di Stato di Milano. Ci sono veline, missive, fonogrammi, telegrammi, circolari, redatti da questori, prefetti, ministri, carabinieri e i loro vice, che raccoglievano le parole di informatori, delatori, cittadini premurosi e scrupolosi. Venivano eseguiti accertamenti, richieste ulteriori indagini su chiunque destasse il più minimo sospetto. Era, per l’appunto, un sistema che colpiva trasversalmente, tra classi sociali, di genere e di età. Era una macchina spionistica molto attenta. Le indagini riguardavano sovversivi, noti e meno noti, ma anche gente “di buona condotta”. Tra le carte si trovano resoconti di interrogatori a bambini, uditi cantare inni sovversivi; accertamenti sugli autori di scritte ingiuriose sui muri dei gabinetti; ricerche di informazione su chi faceva sottoscrizioni per Malatesta, su chi aiutava a emigrare, su chi stampava, chi pubblicava e chi distribuiva materiale, su prostitute e gente senza fissa dimora, su chi poteva provocare il sentimento della rivolta nel popolo, e su chi imbrattava lo stemma del Fascio con sterco di mucca.

L’Unione Sindacale Italiana fu il primo sindacato ad essere sciolto ufficialmente dopo il discorso alla Camera di Mussolini del 3 gennaio 1925 col quale il Capo del Governo diede inizio alla dittatura fascista. Prontamente, il 7 gennaio, il Prefetto di Milano decretava lo scioglimento dell’Unione Sindacale Italiana, ritenuta una “organizzazione politica sovvertitrice e antinazionale” e un “covo di elementi anarchici”[12].

Nello stesso anno, l’Unione Anarchica Italiana riuscì a pubblicare, a Parigi, un numero speciale, illegale, in occasione del Primo Maggio, intitolato “Il Grido della Libertà”, col quale si invitavano i compagni ad organizzare “un movimento serio [...] che sia compreso, amato, seguito con simpatia dalla massa proletaria”[13]. La commissione riorganizzatrice dell’Unione Anarchica Italiana, che vedeva tra i suoi protagonisti Carlo Molaschi, Armando Tisi e Cesare Ragni[14], risultò essere l’ultima organizzazione anarchica a Milano prima dello scioglimento di tutte le organizzazioni politiche, inclusi il Comitato Pro Vittime Politiche e il Comitato per i figli dei carcerati politici[15]. Per la pubblicazione del numero unico in occasione del Primo Maggio, Tisi fu prima processato “per avere in Milano compilato, con altri due compagni di fede, e fatto stampare un manifesto sovversivo inneggiante al 1° maggio”, e successivamente assolto[16].

Tra il 1925 e il 1927, si intensificarono gli arresti di anarchici, accusati di vari reati, tra i quali riunioni e possesso di materiale “di indole politica”; esistenza di un comitato segreto rivoluzionario con a capo Molaschi, supportato da “nuclei coordinatori”; contatti con sovversivi residenti in altri centri esteri; stampa, possesso e distribuzione di materiale sovversivo.

“[...] stasera alle ore 22,30 il pattuglione di servizio nella giurisdizione di Porta Sempione ha sorpreso ed arrestato numero 10 anarchici in Via Legnano n.18 nell’Osteria di certa Sala Maria colà riuniti per scambio di idee sulla situazione politica e per la distribuzione fra compagni “La Rassegna Sindacale”. Nella perquisizione personale dei 10 anarchici sono stati trovati e sequestrati vari opuscoli e giornali, fogli volanti e due lettere di indole politica. I nomi degli arrestati sono i seguenti [...].”[17]

“[...] comunico che i dieci anarchici fermati la sera del 12 giugno u.s. nella osteria di via Legnano, l’indomani furono messi in libertà, nulla essendo risultato a loro carico anche dalle perquisizioni fatte eseguire ai loro domicili.”[18]

Nel marzo 1926 le autorità sospettarono l’esistenza di “una specie di comitato segreto rivoluzionario” che coinvolgeva sia “il noto Malatesta” sia Carlo Molaschi:

“Viene riferito da fonte fiduciaria che a Milano esisterebbe una specie di comitato segreto rivoluzionario, col quale il noto Malatesta sarebbe a contatto e del quale l’anarchico Molaschi Carlo, residente a Milano, sarebbe l’anima. Tale Comitato manterebbe frequenti contatti coi centri esteri in Roma, a mezzo dei sovversivi Monticelli e Malatesta. Si prega la S.V. di eseguire accertamenti al riguardo [...].”[19]

Molaschi era stato molto attivo negli anni successivi alla guerra. Nel 1920 aveva dato vita al giornale “Nichilismo” durato un anno, fino al marzo 1921, e successivamente riaperto con il titolo di “Pagine libertarie”[20]. Contribuì a fondare il Comitato Pro Vittime Politiche e collaborò con “Umanità Nova”. Con il consolidamento della dittatura, però, anche i tentativi libertari di Molaschi venivano messi a dura prova: continue perquisizioni, sequestri e intimidazioni impedirono a Molaschi di portare avanti le sue attività.

Pochi mesi dopo la caccia al Comitato segreto rivoluzionario, le attenzioni delle autorità si rivolsero verso i “nuclei coordinatori” al fine di “impedire e reprimere energicamente tali tentativi di attività libertaria”:

“Viene diffusa una circolare anarchica in cui, dopo aver accennato alle pretese condizioni di servaggio del popolo Italiano, si propugna la necessità per gli anarchici di ingaggiare una campagna per valorizzare le idee libertarie e guadagnare proseliti. Verrebbero all’uopo costituiti nei principali centri dei così detti “nuclei coordinatori” per intensificare i rapporti fra gli anarchici, formandone gruppi ovunque sia possibile, raccogliendo mezzi finanziari per le spese di propaganda e diffondendo le pubblicazioni libertarie. Per agevolare e svolgere tale lavoro d’organizzazione, vengono intanto diffuse circolari – lettere, dove riportarsi un dettagliato questionario di cui si acclude copia. Richiamasi pertanto l’attenzione delle SS.VV. su tale perniciosa e pericolosa forma di propaganda, affinchè vogliano disporre in proposito i più accurati e rigorosi servizi di vigilanza diretti ad impedire e reprimere energicamente tali tentativi di attività libertaria, seguendo con particolare diligenza le mosse di tutti gli elementi anarchici delle rispettive giuridistizioni, dei quali dovranno essere segnalati telegraficamente gli eventuali spostamenti [...].”[21]

Il giorno dopo l’emanazione delle Leggi Eccezionali (9 novembre 1926), il Questore di Milano non perdeva tempo:

“Nel segnare ricevuta della prefettizia 21 corr. N.10414 relativa a propaganda anarchica, assicuro di aver già impartito tassative disposizioni agli Uffici dipendenti per attenta, rigorosa vigilanza atta a prevenire e reprimere qualsiasi tentativo di ripresa di attività libertaria e mi riservo di riferire prontamente ogni emergenza.”[22]

La stampa e la diffusione della “propaganda” anarchica andavano fermate sul nascere. Case editrici libertarie erano costantemente sorvegliate, perquisite e molti opuscoli, volantini, manifesti e libri venivano sequestrati e posti al vaglio della censura. Tra le case editrici perseguitate ci furono anche la Libreria Editrice “La Cultura” e la Casa Editrice Sociale di Giuseppe Monanni.

“Giorni or sono si presentò in questo Ufficio il Sig. Cav. Gianni Locatelli, segretario politico del Partito N.F. a Zibito S. Giacomo, e informò di essere a conoscenza di una tipografia ove si sarebbero stampati opuscoli e manifestini sovversivi. In seguito a indicazioni del Locatelli si accertò, in sua presenza, che non si trattava di una tipografia ma della nota Libreria Editrice “La Cultura” [...]. Dalla verifica eseguita sono stati sequestrati numerose cartoline e riproduzioni di oleografie raffiguranti noti sovversivi italiani e stranieri, nonchè vari opuscoli e libri [...] nei quali questo Ufficio ritiene siano contenuti frasi e concetti che potrebbero turbare l’ordine pubblico e che propongo siano senz’altro sequestrati [...].”[23]

Tra i libri sequestrati non potevano mancare quelli di e su Malatesta:

“[...] il 12 corr. nel magazzino della Soc. Ed. “La Cultura” in via S. Michele al Carso n.110 B sono stati sequestrati n.564 esemplari del noto libro intitolato “Enrico (sic) Malatesta – Vita e pensieri.”[24]

Copie dello stesso libro furono sequestrate anche alla Casa Editrce Monanni:

“[...] nella Casa Editrice Monanni Giuseppe in Viale Monza n.77 sono stati sequestrati 95 copie del libro intitolato “Errico Malatesta. Vita e pensieri” edito dalla tipografia “Il Martello” di New York.”[25]

Venivano inoltre sequestrate copie de “La Comune” dell’anarchica francese Louise Michel:

“[...] comunico che presso la Casa Editrice Sociale di Viale Monza 77, alla quale è stato notificato il decreto emesso da codesta R. Prefettura, sono state sequestrate n.70 copie del volume “La Comune” di Luisa Michel del quale allego i richiesti due esemplari. [...]”

Il motivo del sequestro era spiegato dal Questore stesso: “Considerato che nel suo complesso colla apologia della Comune di Parigi e dei comunisti fucilati si mira a provocare il sentimento della rivolta insurrezionale e ad eccitare gli animi, con pericolo per l’ordine pubblico [...]”.[26]

Il sequestro non si limitava esclusivamente a pubblicazioni successive all’avvento del regime, ma aveva valore “retroattivo”. In questa missiva, il Questore di Milano chiedeva lumi al Prefetto della Provincia, ove fosse necessario sequestrarle “provvisoriamente [...] per essere poi sottoposte ad esame”:

“[...] comunico che dalle indagini finora diligentemente esperite, non è risultato che le case commissionarie librarie qui esistenti si prestino ad effettuare importazioni ed esportazioni di riviste ed opuscoli contrari al regime. [...] Fra le case editrici, però, esiste la Editrice Sociale, con sede in viale Monza 77, gestita dall’anarchico Monanni Giuseppe di Pietro, la quale smercia dei volumi, che, pur essendo stati pubblicati prima dell’avvento fascista, sono da ritenersi pericolosi per le teorie sovversive, che li hanno ispirati. [...] Prego comunicarmi se tali pubblicazioni debbono essere provvisoriamente sequestrate, per essere poi sottoposte ad esame.”[27]

Ma dopo vent’anni di attività editoriale libertaria, provato dai numerosi atti intimidatori, anche Giuseppe Monanni sembrò, temporaneamente, disinteressarsi di politica:

“[...] pregiomi riferire alla E.V. che l’editore Monanni Giuseppe di Pietro, nato ad Arezzo il 27 febbraio 1887, qui residente al Viale Monza 77, anarchico schedato, da parecchi anni non ha dato più luogo ad alcun rimarco con la sua condotta in genere. Egli pubblica attualmente libri di coltura [sic] moderna di autori in maggior parte fascisti. Nel gennaio u.s. inviò in omaggio una collezione di libri a S.E. il Capo del Governo, che a mezzo del Suo Segretario Particolare gli faceva pervenire i suoi ringraziamenti. [...] Il Monanni Giuseppe vive ritirato, non risulta che s’interessi di politica e che mantenga relazioni con fuorusciti.”[28]

Le seguenti note di polizia hanno per tema la repressione dei canti “sovversivi”. Esse rivelano un clima opprimente, buio, insofferente, dominato da controllori permalosi e pedanti. Il panettiere Paolo Pedrini, per esempio, veniva tratto in arresto “[s]tamane ore 4 in via Col di Lana” poichè “sorpreso a cantare pubblica via canzoni sovversive pronunciando offese all’indirizzo di S.E. Mussolini e cioè “me ne frego della camicia nera di tutti i fascisti e quel Mussolini”[29]. Indagini venivano fatte anche su ragazze minorenni, udite cantare l’inno fascista “Giovinezza” ma sull’aria di “Bandiera rossa”:

“[...] da accertamenti avvenuti nel comune di Novate Milanese è risultato che il 28 e 29 luglio u.s. alcune ragazze nella corte attigua alla farmacia del detto comune, mentre erano intente a fabbricare fiori di carta per abbellire il portone della loro abitazione, in occasione dell’arrivo del nuovo parroco si misero a cantare diversi inni e fra gli altri sull’aria di “bandiera rossa”, quello di “Giovinezza”. Il fatto devesi attribuire a vera ragazzata, trattandosi di ragazze minorenni da 12 ai 15 anni e hanno cantato senza secondi fini. Non è risultato che in tale occasione si siano cantati inni sovversivi. Le rispettive famiglie, risultano di buona condotta morale e politicamente sono di tendenze popolari.”[30]

Come potevano gli uomini di Pubblica Sicurezza riconoscere se qualcuno stava intonando un canto sovversivo? Nel caso in cui non avessero avuto sottomano un canzoniere stampato, bisognava ricorrere ad altri mezzi:

“[...] trasmetto una copia della canzone dell’anarchico Caserio, quale è stata ripetuta da persona che la ricorda, non essendosi riusciti a trovare traccia in opuscoli o canzonieri stampati.”[31]

Non mancavano certamente i delatori, come per esempio avvenne nel caso di Giuseppe Diana[32], vittima sia di una vendetta sia di un eccesso di zelo da parte dei militi che lo accompagnarono all’Ufficio di P.S.:

“La sera del 23 marzo u.s. l’Aiutante Maggiore, Sig. Ferri, [...] faceva accompagnare all’Ufficio  di P.S. di Greco Turro certo Diana Giuseppe di Bartolo, residente a Crescenzago, perché avrebbe cantato inni sovversivi. Il Daina, interrogato dal Funzionario, negò il fatto aggiungendo che quella sera, mentre andava a letto, venne arrestato da tre militi e condotto alla sede dell’Oberdan. Da accertamenti eseguiti nessun elemento è risultato a carico del Daina, il quale sarebbe stato, invece, vittima della vendetta di certa Sparaveri Ester prostituta, ospitata in casa dello stesso Daina, e successivamente allontanata per ragioni di moralità. Essa, per la ragione sopradetta, riferì in data 18 marzo u.s. all’avanguardista D’Elia Berardo, abitante in via Palmieri 11, che il Daina, un giorno, in casa sua, aveva accompagnato con la voce l’inno sovversivo “bandiera rossa” cantato da certo Pausarosa Angelo, ferroviere, abitante via Pitteri 47. Il D’Elia comunicò il fatto al Milite Medri Arturo, il quale unitamente ai militi Maierna e Rossi procedettero, come sopra detto, al fermo del Daina. L’accusa della Sparaveri è risultata infondata, dappoiché è stato accertato che il ferroviere Pausarosa, in istato d’ubbriachezza, aveva cantato alcuni pezzi di opera musicali ed infine “bandiera rossa s’inalzerà sulle latrine della città”. [...] il Daina, che risulta di buona condotta morale e politica, venne rimesso in libertà. Quanto sopra riferisco alla E.V. e mi permetto di fare rilevare l’inopportuno intervento della Milizia nel fatto sopracennato, senza la dovuta ponderazione, che in simili casi si richiede, e senza riferirne prima a questo ufficio.”[33]

Un episodio vide protagonisti sette bambini di Trezzo d’Adda, di età compresa tra i cinque e i tredici anni, uditi da una signora cantare “bandiera rossa trionferà” e dunque interrogati dai Carabinieri della locale caserma. Dopo aver fornito i loro nominativi, i bambini esclusero “di aver cantato la canzone loro attribuita. [...] Conseguentemente non è stato possibile accertare con precisione responsabilità alcune in ordine al fatto [...] tanto più che i ragazzi appartengono a famiglie di buona condotta politica e che incerto rimane se effettivamente sia stata dai bimbi pronunciata la frase “bandierà rossa trionferà” [...] ad ogni modo, le indagini procedono.”[34]

Esprimere la propria opposizione alla dittatura fascista era diventato sempre più difficile. Non rimanevano che piccoli gesti simbolici, come per esempio indossare una cravatta rossa in occasione del Primo Maggio. La tradizionale Festa dei Lavoratori rappresentava una delle poche opportunità, scadenzate sul calendario, per poter dimostrare una certa avversione al regime. Con tutti i rischi del caso, ovviamente:

“[...] Veronelli Giacinto di Paolo e Forti Paolo fu Angelo la notte del 1° al 2 maggio u.s. furono fermati per aver gridato “Evviva il 1° Maggio”. I medesimi [...] furono denunziati, in stato d’arresto, dal Commissario di P.S. di Porta Genova e, con sentenza del Pretore in data 16/6/1930 [...] furono condannati a L.30 di ammenda, col beneficio della non iscrizione.”[35]

Oltre agli arresti, alla revoca della gerenza di tutte le pubblicazioni contrarie al regime, e lo scioglimento di tutti i partiti politici, associazioni e organizzazioni ostili alla direzione del governo, le Leggi Eccezionali del 1926 prevedevano anche la revisione di tutti i passaporti, compresi quelli già rilasciati, pene più severe per chi tentava di espatriare, l’istituzione del confino di polizia e del Tribunale Speciale. Nel suo libro sull’O.V.R.A., Franzinelli sostiene che furono circa 12.000 i confinati politici, 10.000 i fuoriusciti e 15.000 i deferiti al Tribunale Speciale, con 5.633 imputati[36]. Nei mesi precedenti all’esecuzione di Sacco e Vanzetti, altri anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti furono oggetto di indagine:

“A Milano si dice (nell’ambito anarchico) che al delitto dei due fascisti di New York non dovrebbero essere estranei gli anarchici e precisamente il gruppo di Viale Monza di Milano, emigrato quasi compatto nella città americana, ove ha costituito l’”Adunata dei refrattari[...].”[37]

“[...] comunico che dalle accurate indagini fatte praticare, anche con il concorso di fiduciari, non è risultato che un gruppo di anarchici del Viale Monza abbia emigrato quasi compatto a New York e che ivi abbia costituito l’“Adunata dei refrattari”. Nei decorsi anni solo pochissimi degli anarchici conosciuti hanno emigrato singolarmente in America ed in diverse epoche.”[38]

Molti oppositori del regime decisero di espatriare. A Milano, centro di snodo tra il nord Italia e i paesi d’oltralpe, alcuni anarchici furono attivi nel coadiuvare espatri clandestini. Qui ricordiamo, tra gli altri, Armando Papa, Gaetano Gervasio, Cesare Ragni, Giuseppe Peretti e Pietro Costa. Armando Papa era stato molto attivo dopo la guerra, sia con il CPVP sia con l’organizzazione degli espatri[39]. Arrestato numerose volte tra il 1925 e il 1927, la sua semicecità lo salvò dal confino. Tuttavia, venne deferito nuovamente nel 1934, ammonito e posto sotto vigilanza fino alla fine del fascismo. Compagno di Armando Papa, Gaetano Gervasio possedeva un’officina a Gorla, nota come “l’officina rossa”, che secondo le autorità serviva come punto di riferimento per molti compagni[40]. Partecipò al Convegno nazionale dell’USI, clandestino, tenutosi a Genova alla fine di giugno 1925. Arrestato numerose volte anche durante la seconda guerra mondiale, nel dopoguerra Gervasio continuò a far parte del rinato movimento anarchico. Giuseppe Peretti era originario del Canton Ticino ed era un alpinista competente. Aiutò quindi parecchi compagni a espatriare e per questo venne arrestato alcune volte, oltre ad essere denunciato nel 1929 insieme ad altri al Tribunale Speciale per aver “ricostituito il Partito Anarchico”[41]. Pietro Costa era uno degli altri compagni di Peretti denunciati al Tribunale Speciale, essendo stato anche lui individuato come uno delle figure dietro il “Soccorso Rosso”[42].

Tra i confinati, ricordiamo gli anarchici Fioravante Meniconi e Amos Pagani. Nel 1927 Pagani fu accusato insieme ad altri di aver progettato un complotto contro il duce e per questo assegnato al confino ad Ustica dove rimase per tre anni. Dopo il rilascio espatriò in Svizzera e in Francia, dove continuò a mantenere rapporti con gli anarchici rimasti in Italia[43]. Fioravante Meniconi fu assegnato al confino presso la colonia di Favignana poco dopo l’istituzione del Tribunale Speciale, nel novembre 1926. Trasferito a Ustica, Meniconi fu rilasciato nel 1930 e tornò a Milano dove continuò ad essere vigilato[44].

Nel 1930, Malatesta aveva 77 anni e viveva a Roma, malato e confinato nella sua abitazione con due militi che piantonavano sul pianerottolo. Ciò nonostante, l’anziano rivoluzionario e propagandista anarchico continuava a suscitare preoccupazioni al regime di Mussolini. Le autorità a Milano tenevano d’occhio i suoi compagni che cercavano di alleviare le condizioni precarie di Malatesta, anche con una raccolta fondi:

“Viene riferito da fonte fiduciaria che il noto anarchico Enrico (sic) Malatesta attualmente sofferente e indigente, abbia lanciato da Roma un appello [...] ai suoi compagni di fede, qui residenti, i quali si danno da fare per raccogliere del denaro. Il 2 corrente, difatti, nella Trattoria Toscana di Via Panfilo Castaldi avrebbe avuto luogo una riunione di elementi anarchici, circa quindici e lì furono raccolte più di cento lire. Detta somma sarà fatta pervenire al vecchio agitatore a mezzo del [...] Castrucci Augusto di Pietro, meccanico, qui abitante in Via S. Gregorio, ferroviere, ora occupato presso l’albergo diurno di piazzale Oberdan. I convenuti, inoltre, avrebbero preso accordi per altre riunioni. Al riguardo è stata disposta riservatissima vigilanza, al fine di segnalare [...] le mosse degli elementi anarchici, necessitando mantenere il massimo riserbo, per non scoprire i confidenti e non perdere la possibilità di sapere altre notizie circa il movimento anarchico [...]”.[45]

“[...] l’anarchico Spagnoli Luigi fu Angelo qui abitante in Panfilo Castaldi 21, secondo notizie fiduciarie, sarebbe stato incaricato al posto del compagno Castrucci di recarsi a Roma, per consegnare a Malatesta i fondi raccolti nella sottoscrizione [...].”[46]

Più che Malatesta, tuttavia, a preoccupare le autorità fasciste erano gli antifascisti che si riunivano dietro al bollettino “Giustizia e Libertà”. Informatori rivelarono, erroneamente, che il giornale veniva stampato a Milano.

“Secondo notizie pervenute da fonte confidenziale, il bollettino antifascista “Giustizia e Libertà” [...] sarebbe stampato a Milano. Principali collaboratori di esso sarebbero alcuni antifascisti che si riunirebbero abitualmente al caffè Tantal in via Silvio Pellico a Milano e un Ufficiale del R.Esercito in S.A.P. non identificato. Pregasi disporre accurate, diligentissime indagini in merito riferendone l’esito, con cortese sollecitudine.”[47]

Da verifiche effettuate, si scoprì che a Milano venivano stampati volantini e manifesti antifascisti adattati dal bollettino “Giustizia e Libertà” che era invece stampato a Parigi:

“Da fonte confidenziale viene riferito che alla tipografia Lombarda, sita in Milano a Porta Volta, verrebbero stampati clandestinamente manifesti antifascisti. Si aggiunge che una donna, impiegata in detta tipografia, conosciuta dagli antifascisti col nomignolo di “Rosin” e che avrebbe relazioni coi capi del movimento “Giustizia e Libertà”, si occuperebbe della stampa di tali manifesti all’insaputa della direzione della tipografia stessa. Pregasi di fare eseguire indagini in merito, comunicandone il risultato.”[48]

Esisteva anche a Milano, comunque, una cellula che faceva riferimento al gruppo di “Giustizia e Libertà”:

“La Prefettura di Firenze ha comunicato di aver appreso da fonte fiduciaria che a Milano esisterebbe un comitato segreto denominato “Giustizia e Libertà” che rappresenterebbe la concentrazione antifascista ed a cura del quale sarebbero stati stampati i manifestini antifascisti diffusi in occasione dell’anniversario della morte di Matteotti. Pregasi di fare eseguire accurate indagini in merito comunicandone il risultato.”[49]

Le (razziste) leggi razziali furono promulgate dal regime nel 1938 ma fin dagli anni precedenti la censura colpiva pubblicazioni che potessero suggerire una commistione tra italiani e non italiani con un colore diverso della pelle. Il contenuto del libro era di per sè razzista, ma ciò che indignò il regime fu l’immagine utilizzata per la copertina, ovvero una donna caucasica nelle braccia di un africano, inaccettabile per l’immagine pubblica del fascismo:

“Telegramma da cifrare in prefettura. Precedenza assoluta. [...] Assicuro aver disposto immediato sequestro libro “Sambadù Amore Negro” edito casa Rizzoli di Milano autrice nota scrittrice Mura stop Riservomi comunicare numero copie sequestrate.”[50]

Tra le carte di polizia esiste un fascicolo dedicato esclusivamente alle scritte murarie sediziose. Esse suscitano una risata a denti stretti, sia per la comicità delle scritte che per lo zelo dei funzionari fascisti. Nel 1927, per esempio, venivano disposte indagini per l’identificazione dell’autore della frase oltraggiosa “Mussolini è un vigliacco ed uno spazzino delinquente”:

“[...] stamane Agenti P.S. dipendenti hanno rilevato che su di un manifesto per le corse a S.Siro, affisse sui muri dello stabile N°7 di corso Vercelli erano state scritte a lapis nero durante la notte le seguenti frasi: “Mussolini è un vigliacco ed uno spazzino delinquente – a morte il Fascismo”. Frasi stesse sono state immediatamente cancellate. Disposte indagini per identificazione responsabili.”[51]

Quando non esistevano ancora i social, i gabinetti giocavano un ruolo importante per la trasmissione di opinioni e giudizi affilati nei confronti del fascismo e del suo capo:

“Viene riferito a questo Ufficio che sulle pareti di alcuni orinatoi esistenti nei rioni di Porta Genova e di Porta Monforte esistono le seguenti scritte: “Qui la faccio, qui la lascio, mezza per il Duce e mezza per il Fascio” “morte al Fascio e a Mussolini” “Fascio, Duce e un pò di petrolio..... avrete in casa caldo a bisogno.” Ne informo l’E.V. per opportuna intelligenza.”[52]

La stessa frase “Qui la faccio, qui la lascio...” venne trovata di nuovo in una latrina dello stabilimento della Compagnia Generale di Eletriccità nel maggio 1930. Grande impegno fu messo per scovare il colpevole, il quale rivelò essere un ex-squadrista:

“[...] l’operaio Bianchi Pier Clemente aveva sorpreso il compagno Costanzi Giuseppe [...] mentre stava scrivendo con un pezzo di gesso, sul muro esterno del gabinetto di decenza [...] Però il Costanzi, sorpreso dal Bianchi non completò la frase, allontanandosi. Il primo maggio successivo, il Bianchi informato dagli operai Caterini Edmondo [...] e Gattini Giuseppe [...] che sul muro di una latrina del reparto controller si trovava scritta la detta frase, recatosi sul posto constatò che la calligrafia era identica a quella del Costanzi. [...] il direttore dell’officina dott. Mastropietro il quale, il giorno dopo, recatosi sul posto, notò che la frase oltraggiosa era stata cancellata. Il Costanzi sebbene abbia negato l’addebito è stato denunziato in istato di arresto all’Autorità Giudiziaria. Lo stesso dalle informazioni assunte risulta poco amante del lavoro – di buona condotta politica – ex squadrista.”[53]

“Attivissime indagini” furono disposte per spiegare un fatto davvero criminoso come l’imbrattamento dello stemma del fascio con sterco di mucca. Si trattava di “sfregio” o semplicemente di un fortuito incidente?

“[...] dalle indagini esperite in luogo, si crede opportuno poter affermare come lo imbrattamento dello stemma del Fascio alla Cascina S.Ambrogio di Brugherio non sia avvenuto per compiere uno sfregio all’emblema del partito ma solo fortuitamente. [...] ignoti, tra le 23 e le 24 della notte del 2 c.m. imbrattarono con sterco di mucca la piccola porta d’ingresso della abitazione del fattore [...] e poi, volendo imbrattare la dicitura “Cascina S.Ambrogio Comune di Brugherio” che si trova sul portone d’ingresso a circa 5 metri d’altezza, lanciarono cinque o sei pallottole di sterco due delle quali colpirono lo stemma che sovrasta la scritta. Che il fatto sia l’espressione di una piccola vendetta contro il fattore e non insulto allo stemma del fascio è provato anche, oltre da quanto sopra, dall’avere in questi ultimi tempi, ignoti, commessi altri atti vandalici, quali la asportazione di un aratro, abbandonato poi a due km. [..] dalla cascina, dalla rottura di altro aratro, da scritti col carbone contro il fattore. Se infatti gli ignoti imbrattatori avessero voluto veramente compiere uno sfregio allo stemma del partito non si sarebbero limitati a colpirlo con 2 pallottole su 5 che ne lanciarono [...] Per quanto sopra chi scrive, pur avendo impartito istruzioni al Maresciallo Orefice, Comandante la Stazione di Brugherio, per la continuazione delle indagini, crede, come innanzi è detto, di poter escludere che il fatto criminoso abbia come sfondo una comunque vestigia politica.”[54]

L’analisi delle carte di polizia conservate nell’Archivio di Stato di Milano restituisce l’immagine di un movimento anarchico costantemente sorvegliato, colpito e distorto dallo sguardo repressivo del regime fascista. Dalla stagione tumultuosa del Biennio Rosso fino agli anni della dittatura matura, gli anarchici milanesi – protagonisti delle lotte operaie, dell’attività sindacale e della prima resistenza antifascista – vennero assimilati a una minaccia permanente per l’ordine pubblico. Le autorità costruirono così un sistema capillare di controllo fatto di delazioni, pedinamenti, sequestri editoriali, arresti arbitrari e continue accuse di complotti inesistenti.

Nonostante la dispersione organizzativa, le persecuzioni e il ricorso al confino, il movimento anarchico non scomparve: sopravvisse in forme residuali ma tenaci, sostenendo espatri clandestini, mantenendo reti di solidarietà e proseguendo una contro-propaganda sotterranea. Le fonti mostrano da un lato l’ossessione del regime nel reprimere ogni minima espressione di dissenso – persino un canto, un gesto, una cravatta rossa – e dall’altro l’ostinazione degli anarchici nel mantenere vivo un nucleo di opposizione etica e politica. In questo intreccio tra controllo capillare e resistenze minute si colloca la storia dell’anarchismo milanese sotto il fascismo, una storia spesso marginalizzata, ma fondamentale per comprendere la natura profonda della dittatura e i modi, piccoli e grandi, in cui essa fu contestata.

 

Fonti e Bibliografia

Archivio di Stato di Milano, Gabinetto di Prefettura 1900-1939.

Anonimi Compagni, Un trentennio di attività anarchica 1914-1945, Pescara, Samizdat, 2002.

M. Antonioli, G. Berti, S. Fedele, P. Iuso (a cura di), Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, Pisa, BFS, 2003-2004.

L. Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, vol.1, tomo 2, Firenze, CP editrice, 1976.

F. Buttà, Anarchici a Milano. Storie e interpretazioni (1870-1926), Milano, Zero in condotta, 2016.

G. Careri, Il sindacalismo autogestionario, l’U.S.I. dalle origini a oggi, Roma, Unione Sindacale Italiana, 1991.

M. De Agostini, F. Schirone, Per la Rivoluzione Sociale. Gli anarchici nella Resistenza a Milano (1943-1945), Milano, Zero in condotta, 2015.

M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.

G. Galzerano, “Attentati anarchici a Mussolini”, in Autori Vari, L’antifascismo rivoluzionario. Tra passato e presente, Pisa, BFS, 1993, pp.77-98.

C. Giacchin, Attentato alla Fiera. Milano 1928, Milano, Mursia, 2009.

V. Mantovani, Anarchici alla sbarra. La strage del Diana tra primo dopoguerra e fascismo, Milano, Il Saggiatore, 2007.

M. Rossi, “L’Unione Anarchica Italiana contro il fascismo”, in AA.VV, L’Unione Anarchica Italiana. Tra rivoluzione europea e reazione fascista (1919-1926), Milano, Zero in condotta, 2006, pp.241-264.

G. Sacchetti, “Anarchici e pubblica sicurezza (1921-1943)”, in G. Manfredonia, I. Rossi, M. Rossi, G. Sacchetti, F. Schirone, C. Venza, La Resistenza sconosciuta. Gli anarchici e la lotta contro il fascismo, Milano, Zero in condotta, 2005, pp.45-84.

G. Sacchetti, “Comunisti contro individualisti. Il dibattito sull’organizzazione nel 1907”, Bollettino del Museo del Risorgimento, vol.35, 1990, pp.23-32.

 

Note


[1] Per un sommario vedi Giuseppe Galzerano, “Attentati anarchici a Mussolini”, in Autori Vari, L’antifascismo rivoluzionario. Tra passato e presente, Pisa, BFS, 1993, pp.77-98.

[2] Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, pp.77-90, e Carlo Giacchin, Attentato alla Fiera. Milano 1928, Milano, Mursia, 2009.

[3] M. Franzinelli, cit., pp.86-90.

[4] Anonimi Compagni, Un trentennio di attività anarchica 1914-1945, Pescara, Samizdat, 2002, p.107.

[5] Vincenzo Mantovani, Anarchici alla sbarra. La strage del Diana tra primo dopoguerra e fascismo, Milano, Il Saggiatore, 2007, pubblicato la prima volta come Mazurka Blu. La strage del Diana, Milano, Rusconi, 1979.

[6] Giorgio Sacchetti, “Comunisti contro individualisti. Il dibattito sull’organizzazione nel 1907”, Bollettino del Museo del Risorgimento, vol.35, 1990, p.25.

[7] Per un resoconto degli anarchici milanesi durante il fascismo, vedi Mauro De Agostini, Franco Schirone, Per la Rivoluzione Sociale. Gli anarchici nella Resistenza a Milano (1943-1945), Milano, Zero in condotta, 2015, pp.17-40, e F. Buttà, Anarchici a Milano. Storie e interpretazioni (1870-1926), Milano, Zero in condotta, 2016, pp.255-310.

[8] Marco Rossi, “L’Unione Anarchica Italiana contro il fascismo”, in AA.VV, L’Unione Anarchica Italiana. Tra rivoluzione europea e reazione fascista (1919-1926), Milano, Zero in condotta, 2006, pp.241-64.

[9] ASM, Prefettura, b.934, Questore a Prefetto, Milano, 7 luglio 1919.

[10] ASM, Prefettura, b.296, Questore a Prefetto, Milano, 19 novembre 1920.

[11] Leonardo Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, vol.1, tomo 2, Firenze, CP editrice, 1976, pp.306-07.

[12] G. Careri, Il sindacalismo autogestionario, l’U.S.I. dalle origini a oggi, Roma, Unione Sindacale Italiana, 1991, p.91.

[13] “Il Grido della Libertà”, n.u., 1 maggio 1925, Parigi, in L. Bettini, cit., pp.107-08

[14] Per Molaschi, Tisi e Ragni, vedi Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Iuso (a cura di), Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, Pisa, BFS, 2003-2004, ad nomen. D’ora in avanti citato nel testo come DBAI.

[15] “Il Grido della Libertà”, cit.

[16] DBAI, “Tisi Armando”, vol.2, p.612.

[17] ASM, Prefettura, b.934, Questore a Prefetto, Milano, 13 giugno 1925.

[18] ASM, Prefettura, b.934, Questore a Prefetto, Milano, 4 luglio 1925

[19] ASM, Prefettura, b.934, Ministro a Prefetto, Roma, 5 marzo 1926.

[20] Per “Nichilismo” vedi L. Bettini, cit., pp.292-93.

[21] ASM, Prefettura, b.934, Ministro a Prefetti, Roma, 12 ottobre 1926.

[22] ASM, Prefettura, b.934, Questore a Prefetto, Milano, 10 novembre 1926.

[23] ASM, Prefettura, b.423, Questore a Prefetto, Milano, 11 marzo 1926.

[24] ASM, Prefettura, b.423, Questore a Prefetto, Milano, 14 giugno 1926.

[25] ASM, Prefettura, b.423, Questore a Prefetto, Milano, 6 luglio 1926. Un elenco delle pubblicazioni edite e sequestrate dalla Casa Editrice Sociale è presente in ASM, Prefettura, b.423, Questore a Prefetto, 12 ottobre 1926.

[26] ASM, Prefettura, b.423, Questore a Prefetto, Milano, 19 dicembre 1926.

[27] ASM, Prefettura, b.423, Questore a Prefetto, Milano, 20 maggio 1927.

[28] ASM, Prefettura, b.423, Questore a Prefetto, Milano, 13 dicembre 1929.

[29] ASM, Prefettura, b.1088, Questore a Prefetto, Milano, 30 novembre 1926.

[30] ASM, Prefettura, b.1088, Capitano dei Carabinieri reali di Milano a Prefetto, Milano, 28 settembre 1927.

[31] ASM, Prefettura, b.934, Questore a Prefetto, Milano, 5 luglio 1928.

[32] Nel resoconto del Questore, Giuseppe Diana appare a volte come “Diana” e altre volte come “Daina”.

[33] ASM, Prefettura, b.1088, Questore a Prefetto, Milano, 4 maggio 1929.

[34] ASM, Prefettura, b.1088, Maresciallo Maggiore a cavallo comandante della sezione di Cassano d’Adda (Giuseppe Silvestri) al Ministro dell’Interno, al Comando generalle CC.RR di Roma, al Comando della compagnia esterna dei CC.RR. di Milano, alla Regia prefettura di Milano, e alla Regia questura di Milano, 24 giugno 1932.

[35] ASM, Prefettura, b.1088, Questore a Prefetto, Milano, 12 settembre 1930.

[36] Vedi Giorgio Sacchetti, “Anarchici e pubblica sicurezza (1921-1943)”, in Gaetano Manfredonia, Italino Rossi, Marco Rossi, Giorgio Sacchetti, Franco Schirone, Claudio Venza, La Resistenza sconosciuta. Gli anarchici e la lotta contro il fascismo, Milano, Zero in condotta, 2005, pp.45-84.

[37] ASM, Prefettura, b.934, Capo della Polizia a Questore, Milano, 22 giugno 1927.

[38] ASM, Prefettura, b.934, Questore a Ministro, Milano, 1 agosto 1927.

[39] DBAI, “Papa Armando”, vol.2, p.285.

[40] DBAI, “Gervasio Gaetano”, vol.1, p.691.

[41] DBAI, “Peretti Giuseppe”, vol.2, p.323.

[42] DBAI, “Costa Pietro”, vol.1, pp.459-60.

[43] DBAI, “Pagani Amos o Amus”, vol.2, p.269.

[44] DBAI, “Meniconi Fioravante”, vol.2, p.159.

[45] ASM, Prefettura, b.934, Questore a Prefetto, Milano, 7 marzo 1930.

[46] ASM, Prefettura, b.934, Questore a Prefetto, Milano, 15 aprile 1930.

[47] ASM, Prefettura, b.1091, Ministro a Prefetto, Roma, 22 dicembre 1929.

[48] ASM, Prefettura, b.1091, Ministro dell’Interno a Prefetto, Roma, 1 giugno 1930.

[49] ASM, Prefettura, b.1091, Ministro a Prefetto, Roma, 27 giugno 1930.

[50] ASM, Prefettura, b.423, Questore a Ministro dell’Interno, Milano, 2 aprile 1934.

[51] ASM, Prefettura, b.1088, Questore a Prefetto, Milano 4 giugno 1927.

[52] ASM, Prefettura, b.1088, Dirigente Sezione Stenografia a Prefetto, Milano, 10 dicembre 1928.

[53] ASM, Prefettura, b.1088, Questore a Prefetto, Milano, 9 maggio 1930.

[54] ASM, Prefettura, b.1088, Tenente Colonnello Comandante della Divisione Milano Esterna dei CC.RR. di Milano a Prefetto, Milano, 18 giugno 1929.

 

Storia dal basso
16/01/2026

Sostienici

Clicca qui per sapere come sostenere il nostro lavoro, oppure effettua direttamente una donazione:

 

Chi siamo in breve

Il Centro Studi Libertari nasce nel 1976 con la duplice finalità della costruzione di un archivio per la conservazione della memoria dell'anarchismo e del ripensare l'anarchismo alla luce del contesto sociale in cui opera al fine di renderlo un punto di riferimento alternativo alla cultura dominante.

Il CSL aderisce alla rete nazionale RebAl, e al coordinamento internazionale FICEDL.

 

Newsletter

Vedi archivio newsletter

facebook youtube instagram

Centro Studi Libertari G. Pinelli APS | via Jean Jaurès 9, 20125 Milano | c.f. 97030450155 | p.iva 10247350969 | centrostudilibertari@pec.it
privacy | cookie